La Hamziyya è un lungo poema di elogio al Profeta
; a breve se Dio vuole le edizioni “Orientamento/Al-Qibla” ne pubblicheranno una traduzione commentata. L’autore, Al-Bûsîrî, è lo stesso della più nota Burda, e cioè del cosiddetto Poema del Mantello (che abbiamo pubblicato nel 2005). La Hamziyya (conosciuta soprattutto nelle confraternite arabe, e recitata collettivamente dagli Ulamà della Tunisia il giorno del Mawlid) è così chiamata perché tutti i suoi versi terminano con la lettera araba hamza. Ora, la hamza propriamente è uno ‘stacco’ nell’emissione del suono, e questo fatto dà alla recitazione ritmata di questo poema un ‘sapore’ del tutto particolare; si potrebbe anche dire che grazie a tale particolarità la Hamziyya è particolarmente adatta ad esprimere allusivamente, nel dominio delle ‘sonorità’, l’idea di una soluzione di continuità. In determinati ambiti rituali questo fa di questo poema uno supporto prezioso per favorire uno ‘stacco’ appunto, capace di liberare l’intelletto del credente impegnato nella sua recitazione, nel suo canto e nel suo ascolto dai lacci della mentalità profana.
Alcuni versi della Hamziyya, a mo’ d’esempio
Nella Hamziyya vengono affrontati diversi argomenti, che ruotano tutti attorno alla figura dell’Uomo universale muhammadiano. Vediamo ad esempio il quarto verso, nel quale Al-Bûsîrî dice:
أَنْتَ مِصْبَاحُ كُلِّ فَضْلٍ فَمَا تَصْــــدُرُ إِلَّا عَنْ ضَوْئِكَ الْأَضْوَاءُ
“Tu sei la Lampada di ogni eccellenza, e le luci
non hanno origine se non dalla tua Luce”
E dunque, “tu sei la Lampada di ogni eccellenza” e di ogni perfezione che possano aver luogo tra gli esseri creati, perché, dice Al-Haytamî, autore di uno dei commentari della Hamziyya, “tu sei il Califfo supremo” di Allah, “che dà sostegno ad ogni essere esistenziato.” Il Profeta
dice infatti: “Adamo e chi vien dopo di lui son sotto il mio Stendardo, il Giorno della Resurrezione.” E dice ‘Abu l-‘Abbâs Al-Mursî (che era lo Sheykh di Al-Bûsîrî): “I Profeti son stati creati dalla Misericordia, mentre il nostro Profeta Muhammad
è la Misericordia stessa.” Sull’attribuzione al Profeta
dell’appellativo di ‘Lampada’, il Corano stesso dice «O Profeta, Noi ti abbiamo inviato come Testimone, come Latore di Buona Novella e come Ammonitore, come Araldo che chiama ad Allah col Suo permesso e come Lucerna illuminante» (XXXIII, 45-6). Il simbolo della Lampada, o Lucerna, è estremamente significativo: il Profeta
vi figura, si potrebbe dire sulle prime, come la realtà ‘grossolana’ purificata e costituita in modo da recepire e trasmettere la Luce divina; e tuttavia, questa considerazione non basta a rendere del tutto ragione di tale simbolo, in quanto la Luce stessa non può che aver luogo nella Lampada, di modo che Lampada e Luce non sono che i due aspetti (l’uno ‘creaturiale’, o ‘servitoriale’, e l’altro ‘dominicale’) di un’unica Realtà. E dunque, il Profeta
può essere inteso anche come Luce lui stesso, ed ecco che Al-Bûsîrî dice che “le luci non hanno origine se non dalla tua Luce”. Al-Haytamî riporta che Giâbir chiese: “Inviato di Allah, qual è stata la prima cosa ad esser creata, prima di ogni altra?” Lui rispose: “Giâbir, Allah l’Altissimo ha creato dalla Sua Luce prima di ogni cosa la Luce del tuo Profeta. Tale Luce girava grazie alla divina Potenza dove voleva Allah l’Altissimo; a quel tempo non v’erano né Tavola né Calamo, né Paradiso né inferno, né Angeli né Cielo, né terra, né sole, né luna, né esseri umani e neppure ginn. Quando Allah l’Altissimo volle creare le creature, divise quella Luce in quattro parti: dalla prima creò il Calamo, dalla seconda la Tavola, dalla terza il Trono. La quarta parte la suddivise ancora in quattro, e dalla prima parte creò i Cieli, dalla seconda le Terre, e dalla terza il Paradiso e il Fuoco infernale. Poi la quarta parte la suddivise ancora in quattro, e dalla prima parte creò la Luce delle viste dei credenti, dalla seconda la Luce dei loro cuori, che è la Conoscenza metafisica, dalla terza la Luce della loro Familiarità in Dio, che è la Dottrina dell’Unità (tawhîd): non v’è divinità all’infuori di Allah, e Muhammad è Inviato di Allah. Poi la guardò, e la Luce prese a stillare come sudore: ne gocciolarono 124mila gocce, e per ognuna di esse Allah creò lo Spirito di un Profeta Inviato. Gli Spiriti dei Profeti presero a respirare, e da tali loro respiri Allah creò lo Spirito dei Santi, dei beati, dei martiri e degli obbedienti tra i credenti sino al Giorno della Resurrezione. Ecco che il Trono e lo Sgabello procedono dalla mia Luce; i Cherubini procedono dalla mia Luce; gli Esseri spirituali procedono dalla mia Luce; il Paradiso e la Beatitudine che contiene procede dalla mia Luce; il sole e gli astri procedono dalla mia Luce; l’Intelletto, la Conoscenza e il divino Sostegno procedono dalla mia Luce; lo Spirito dei Profeti e degli Inviati procede dalla mia Luce; e ancora, i beati e gli uomini buoni ed integri procedono dagli effetti della mia Luce. Poi Allah creò Adamo dalla terra, e vi inserì la Luce, la quarta parte cioè. Quindi” tale Luce “passò da lui a Set, poi prese a passare” da una generazione all’altra “via via da un uomo puro ad un uomo buono e soave, siano a che non giunse nelle reni di [mio padre] ‘Abd Allah, e da lui nel volto di mia madre Âmina. Quindi Allah mi fece uscire nel basso mondo e mi rese il signore degli Inviati e il Sigillo dei Profeti, la Guida di quelli che” nell’Oltre saran detti essere a guisa di stupendi destrieri “con una chiazza di Luce sulla fronte e bianchissime balzane sulle zampe. Così, Giâbir, la creazione del tuo Profeta.” E ancora: “Ero Luce davanti al mio Signore quattordicimila anni prima della creazione di Adamo.” Dice Ash-Shushtarî:
“Tu sei Sole, tu sei Luna piena, tu sei Luce su Luce!
Tu sei Elisir preziosissimo, tu sei la Lampada dei petti!
O mio Amato, o Muhammad, o Inviato all’Oriente e all’Occidente!
Tu sei da Dio rafforzato e glorificato, tu sei la Luce di ogni occhio!”
Si noti che le espressioni come “le luci non hanno origine se non dalla tua Luce” (o come quella della qasîda appena citata, “tu sei la Luce di ogni occhio”), espressioni alle quali in genere i commentatori non dedicano grande e specifica attenzione, indicano il fatto che qui il Profeta
- Uomo universale è considerato, potremmo dire, nel suo aspetto supremo, o celeste (come del resto indica il primo verso della Hamziyya, che recita “come possono i Profeti salire come tu sei salito, tu che sei un Cielo alla cui altezza non giunge nessun cielo?”), e dunque non solo come luogo di manifestazione
(inteso in qualche modo in senso ‘passivo’) di Allah, o dei Nomi divini in opposizione complementare, ma anche come espressione del Principio imperituro che “penetra e sostiene i tre mondi (…), che rappresentano i tre gradi fondamentali fra cui sono ripartiti tutti i modi della manifestazione”, come si esprime Guénon ne L’uomo e il suo divenire (Principio che gli indù chiamano Purushottama). Sempre a titolo esemplificativo dei contenuti della Hamziyya, menzioniamo il v. 189, riguardante il Corano:
رَقَّ لَفْظًا وَرَاقَ مَعْنًى فَجَاءَتْ فِي حُلَاهَا وَحَلْيِهَا الْخَنْسَاءُ
“Bello e sottile nell’espressione, incantevole nel significato:
ecco venire [la poetessa] Al-Khansâ’ in tutta
la sua bellezza coi suoi preziosi gioielli!
Abbiamo qui un verso straordinario, che mette a contatto diretto due modalità, pur profondamente diseguali e disposte gerarchicamente, di espressione del Verbo divino, ed al contempo due modalità di ricezione della Conoscenza sacra. Il Corano è “bello e sottile nell’espressione”, e “incantevole nel significato” per il credente, che ne coglie la profondità, e per il quale diviene supporto di Realizzazione. Nella Burda Al-Bûsîrî dice:
“I loro significati,” dei versetti coranici cioè, “sono come le onde del mare
nel susseguirsi distendendosi l’un l’altro,
sebbene superino le perle del mare in bellezza e pregio.”
Il Corano, che è Parola di Allah lettera per lettera, è da considerare l’attualizzazione finale, nel ciclo dell’umanità terrestre, del Verbo divino. E se questo è vero, e se dunque esso è il massimo dello splendore intellettuale, non c’è da sorprendersi se vien paragonato ad una Donna “in tutta la sua bellezza” e freschezza straordinarie, “coi suoi preziosi gioielli” ed ornamenti. E tale donna è “Al-Khansâ’” bint ‘Amr, forse la più famosa poetessa araba, e dunque esempio supremo di sottigliezza ed efficacia nell’espressione. Nata nell’epoca preislamica, e nota, oltre che per le sue poesie (e in special modo per le sue elegie funebri), anche per la sua bellezza, conobbe il Profeta
assieme alla sua gente, ed entrò con loro nell’Islam. Qui, come dice Al-Haytamî, Al-Bûsîrî impone “un’analogia tra le Sure del Corano con le loro elevatissime caratteristiche e la loro perfetta composizione che ha luogo per via dei meravigliosi significati che vi son depositati, con una Donna che raggiunge uno splendore e delle caratteristiche di Bellezza e di Bontà che non è neppure possibile interpretare.” In questo modo, come si accennava, questo verso straordinario unisce l’idea della Cerca dei Significati metafisici attraverso la recitazione del Testo coranico con quello della Cerca della Sapienza divina, rappresentata nella Poesia sacra ed iniziatica dalla Donna, secondo due modalità che sono entrambe ‘muhammadiane’, se si pensa da una parte a come secondo un noto hadith la ‘realtà interiore’ del Profeta
si identifica al Corano, e dall’altra al fatto che, secondo un altro hadith, ‘di questo nostro basso mondo’ le Donne sono una delle tre cose, assieme ai Profumi e alla Preghiera, che son state rese ‘degne d’Amore’ per il Profeta
, il che apre la porta alla ricerca della divina Sapienza ad esse legata. Tali due modalità d’ora in poi non saranno più separate, e chi perseguirà l’una percepirà anche l’altra (benché si potrebbe osservare che la seconda delle due è ‘figlia’ della prima, che le è superiore in quanto legata direttamente al Verbo eterno, e più puramente intellettuale, ciò che è mostrato dalla successione delle parole di questo verso della Hamziyya, dato che la notizia della bellezza e sottigliezza del Corano precede la ‘venuta’ di Al-Khansâ’). Qui si intuisce come la ‘trasmissione’ dal mondo islamico (arabo e persiano in particolare) al mondo europeo medievale della poesia ‘cortese’ veicoli in realtà modalità e temi dottrinali assai più rilevanti di quanto sembrerebbe a prima vista, e in fondo abbia il senso di un sostegno spirituale rivolto in primo luogo alle organizzazioni dell’esoterismo ‘cristiano’. E come dice Sheykh Ibn Yallis in una qasîda,
“lo Scopo desiderato dagli appassionati [si realizza] quando Egli si cala
[manifestandosi teofanicamente]: il Patrono [assoluto]
si fa Maestoso nella Realtà propria del Creatore,
procedendo dal Mare dell’Assoluto, quando si manifesta
in ogni cosa di magnifico splendore la Bellezza di Leylâ.”
La parte polemica del poema:
l’esempio dei versi relativi agli Ebrei
Alcune parti della Hamziyya contengono argomentazioni polemiche indirizzate a quanti a vario titolo si opponevano alla Rivelazione coranica. Pensiamo che sia di un certo interesse presentare qui la traduzione commentata di alcuni versi (vv. 234-8 e 241-3) di questo tenore, rivolti agli Ebrei che rifiutavano la dottrina dell’Abrogazione (per cui una Forma tradizionale ‘successiva’ pone sotto la propria autorità la Rivelazione che la precede), seguiti ognuno da un breve commento:
إِذْ هُمُ اسْتَقْرَءُوا الْبَدَاءَ وَكَمْ سَا قَ وَبَالًا إِلَيْهِمُ اسْتِقْرَاءُ
“Ecco che essi,” gli Ebrei, “deducono [dalla dottrina dell’abrogazione]
l’attribuzione a Dio del vano capriccio:
ma quante volte simili deduzioni li han portati a pessimi esiti!”
Dice Ibn ‘Agîba, autore anch’egli di un commentario della Hamziyya: “Gli Ebrei dicono: ‘Se davvero è lecita l’abrogazione delle Leggi sacre, allora si deve necessariamente attribuire a Dio Altissimo il badâ’,” e cioè, nel presente contesto, ‘l’agire in base al capriccio’, anche se il termine indica propriamente, sempre secondo Ibn ‘Agîba, “il manifestarsi di un certo beneficio dopo che era stato occultato.” In realtà, la sottomissione a Dio, che pure era loro prescritta, avrebbe dovuto prendere il sopravvento, e far loro comprendere i motivi dell’agire divino che si esprime nell’abrogazione. “Quante volte simili deduzioni”, e cioè un simile atteggiamento di sfida alla Volontà divina, “li han portati a pessimi esiti”, come quando cercarono dei trucchi per aggirare il Sabato con i suoi divieti, ed incorsero nella mutazione sfigurante, come è detto nel Corano: «Avete avuto Conoscenza», o Figli di Israele, «di quanti tra voi trasgredirono il Sabato, così che dicemmo loro: “Siate scimmie, reietti!”» (II, 65). Ricordiamo l’importanza della dottrina dell’‘abrogazione’: essa rende conto del motivo dell’esistenza di Religioni differenti con Norme differenti (la cui presenza contemporanea nella coscienza dei moderni provoca confusione, e viene abilmente utilizzata per screditare l’idea stessa di Tradizione divina), Religioni e Norme che vengono ‘ordinate’ provvidenzialmente, dando prevalenza all’abrogante sull’abrogato ed al contempo rifiutando ogni dileggio relativo a quest’ultimo, dal momento che anche le Tradizioni ‘abrogate’ non erano altro che aspetti della Verità, sia quelle che la Legge sacra islamica obbliga a rispettare (benché in condizione di subordinazione), sia quelle che ordina di cassare.
وَأَرَاهُمْ لَمْ يَجْعَلُوا الْوَاحِدَ الْقَــــهَّارَ فِى الْخَلْقٍ فَاعِلًا مَا يَشَاءُ
“Vedo dunque che essi non fan dell’Unico, il
Soggiogatore, Colui che fa nel creato ciò che vuole!”
L’osservazione pseudo-dottrinale cui fa allusione il verso precedente costituisce in primo luogo una limitazione della ‘Libertà’ divina: Allah “fa nel creato ciò che vuole”, e dunque può benissimo ‘abrogare’ una forma tradizionale, pure in sé valida nel tempo suo, con un’altra! E se non fosse così, anche le Tradizioni più antiche (come quella egizia, o quella celtica, o ancora le Tradizioni ‘tribali’ di vari popoli), ammesso mai che potessero essere recuperate nella loro completezza, avrebbero pieno diritto di dichiarare nulle le Tradizioni seguenti, ivi compresi Ebraismo e Cristianesimo, e di imporre la loro autorità su di esse! Ecco che nel versetto del Corano che abbiamo menzionato all’inizio dopo le parole «Noi non abroghiamo un versetto, né lo facciam dimenticare, senza portarne uno migliore, o analogo», viene aggiunto: «Non sai che Allah è su tutte le cose Potente?» (II, 106).
جَوَّزُوا النَّسْخَ مِثْلَ مَا جَوَّزُوا الْمَسْــــخَ عَلَيْهِمْ لَوْ أَنَّهُمْ فُقَهَاءُ
“Se fossero di quei che comprendono a fondo [la Religione], ammetterebbero
[la dottrina della successione delle forme tradizionali, con]
l’abrogazione [delle Religioni che precedono],
come ammetterebbero che possa riguardarli la mutazione sfigurante.”
“Se fossero di quei che comprendono a fondo (fuqahâ’)” la Religione: il termine fuqahâ’ richiama l’idea di fiqh, che consiste nella comprensione veramente profonda della Religione e dei suoi significati. Se detenessero una tale comprensione (che potremmo in realtà definire ‘tecnicamente’ esoterica), non avrebbero problemi ad ammettere “l’abrogazione” e il succedersi delle forme tradizionali, “come ammetterebbero che possa riguardarli la mutazione sfigurante”, come quella in scimmie descritta nel versetto 65 della seconda Sura, citato poc’anzi, oppure, se vogliamo intender la cosa simbolicamente, ammetterebbero la possibilità sinistra di una ‘degradazione’ al livello dell’umanità decaduta, la cui vita diviene analoga a quella degli animali. Tali eventualità nefaste incombono infatti realmente su coloro che rifiutano di seguire la Tradizione divina, qualsiasi siano le loro origini.
هُوَ إِلَّا أَنْ يُرْفَعَ الْحُكْمُ بِالْحُـــكْمِ وَخَلْقٌ فِيهِ وَأَمْرٌ سَوَاءُ
“Non si tratta se non del fatto che una Normativa vien levata da un’altra:
lo stesso il caso di una certa creazione o di un certo ordine
[che possono essere levati e sostituiti da altro].”
Definizione generale dell’abrogazione, che consiste nel fatto che “una Normativa” sacra “vien levata da un’altra”, più opportuna in condizioni mutate, ciò che è vero sia per quanto riguarda la successione delle forme tradizionali (il che appare in modo assolutamente evidente nel succedersi delle tre Religioni dette ‘monoteiste’), sia per quanto concerne la successione della Rivelazione dei versetti coranici, alcuni dei quali vengono ad ‘abrogare’ altri, come è chiarito nei versetti 106 e 107 della seconda Sura coranica, che recitano: «Noi non abroghiamo un versetto, né lo facciam dimenticare, senza portarne uno migliore, o analogo: non sai che Allah è su tutte le cose Potente? Non sai che ad Allah appartiene il Regno dei Cieli e della Terra? E al di fuori di Allah non avrete né chi sia amico né chi accorra in aiuto». “Lo stesso il caso di una certa creazione o di un certo ordine” che possono esser levati e sostituiti da altro, com’è il caso della ‘mutazione sfigurante’ di cui s’è parlato nel verso precedente.
وَلِحُكْمٍ مِنَ الزَّمَانِ انْتِهَاءُ وَلِحُكْمٍ مِنَ الزَّمَانِ ابْتِدَاءُ
“Nell’ordine temporale una certa Norma ha termine,
e nello stesso ordine un’altra Norma ha inizio (…).”
Questo ciò che accade nell’‘abrogazione’: dal momento che le Norme sacre, che pure sono di origine divina, sono destinate a regolare la vita degli uomini, i quali sono necessariamente soggetti, almeno in quanto ‘servi di Dio’, all’“ordine temporale (zamân)”, ecco che anch’esse possono avere un inizio ed una fine, pur essendo le Verità principiali cui alludono assolute ed eterne. Dice Ibn ‘Agîba: “L’‘abrogazione’ non è qualcosa di stupefacente o di estraneo alla divina Consuetudine: essa non consiste se non nel fatto che ‘una certa Norma ha termine’, ed un’altra ha inizio, laddove la prima è l’‘abrogata’ e la seconda l’‘abrogante’ (…). Allo stesso mondo in cui la Norma della Legge sacra ha un inizio nel tempo in cui prende a manifestarsi, così essa ha anche un termine nel quale finisce” la sua validità, dal momento che “ogni cosa che ha luogo nella contingenza non è affatto necessario che permanga, che «Allah cancella ciò che vuole, e [ciò che vuole] conferma: e presso di Lui v’è la Madre del Libro» (XIII, 39).”
أَمْ مَحَا اللهُ آيَةَ اللَّيْلِ ذُكْرًا بَعْدَ سَهْوٍ لِيُوجَدَ الْإِمْسَاءُ
“Allah cancella il Segno costituito dalla notte [facendo intervenire il giorno]?
[E in tal caso, lo fa] per far intervenire esplicita menzione
che segue dimentica trascuratezza, per poi esistenziar la sera?”
Allah fa sì che la notte intervenga ad ‘abrogare’ la luce diurna, come fa sì che il giorno venga ad ‘abrogare’ le tenebre della notte. Ma se non si concepisce l’abrogazione, come si intenderà la cosa? La ‘cancellazione’ del “Segno costituito dalla notte” per far intervenire il giorno è un fatto evidente: ma allora Allah lo mette in atto ‘per errore’, come è il caso di chi fa “intervenire esplicita menzione” dopo “dimentica trascuratezza”? In tal caso torniamo all’idea del capriccio, o diciamo dell’attribuzione a Dio di caratteristiche di mancanza, come la trascuratezza e la dimenticanza. Oppure lo fa volontariamente, per una Sua Sapienza: ma ammettere questo è ammettere proprio l’idea di abrogazione.
أَمْ بَدَا لِلْإِلَهِ فِى ذَبْحِ إِسْحَا قَ وَقَدْ كَانَ الْأَمْرُ فِيهِ مَضَاءُ
“Dio non s’è manifestato nella [richiesta di] immolare Ishâq?
E non era un Ordine da eseguire? [Eppure fu abrogato.]”
Uno degli esempi più evidenti di ‘abrogazione’ di una Norma sacra si trova nell’Ordine divino rivolto ad Ibrâhîm di sacrificare il figlio “Ishâq” (o Ismâ‘îl secondo alcuni). Quando il Patriarca si accinse ad eseguire l’Ordine, questo fu ‘abrogato’ appunto, e fu sostituito dall’Ordine di immolare una «vittima animale magnifica» (XXXVII, 107), come dice il Testo coranico.
أَوَ مَا حَرَّمَ الْإِلَهُ نِكَاحَ الْــــأُخْتِ بَعْدَ التَّحْلِيلِ فَهْوَ الزِّنَاءُ
“Dio non ha forse vietato di sposare la sorella,
dopo che era stato lecito, facendo sì che fosse adulterio?”
Altro esempio palese di abrogazione di una Norma sacra: Dio ha “vietato di sposare la sorella”, e questo dopo che ai tempi di Adamo un tale atto “era stato lecito”: ora viceversa nella Legge sacra islamica, ed anche in quella ebraica, questo atto è considerato un incesto, e cioè una delle peggiori forme di “adulterio”.
Conclusione riguardante l’aspetto polemico
della Hamziyya appena menzionato
Sulle prime si potrebbe considerare che il biasimo rivolto nella Hamziyya agli Ebrei faccia parte di un atteggiamento puramente ‘exoterico’ ed esteriore, e che esso, per quanto lo si voglia considerare giustificato dall’esigenza di mantenere ben marcati i ‘confini’ tra le Religioni, ora richieda di esser rivisto, dal momento che la compresenza di tutte le Religioni nella coscienza dei nostri contemporanei rende necessario esprimersi in modo diverso, e richiamarsi piuttosto all’‘universalità’ dell’Islam (ferma restando l’esigenza di non cadere nel ‘sincretismo’). In realtà, benché una tale considerazione contenga elementi veritieri da non trascurare, è anche vero che ci si deve guardare dal pensare che l’espressione dottrinale più pura e metafisicamente più elevata si associ ad un atteggiamento ‘irenico’ e pseudo-angelico, che in realtà è quasi sempre vero l’esatto contrario (da cui la constatazione che i grandi metafisici erano anche dei grandi polemisti). Inoltre ci si deve guardare dal rifiutare la dottrina dell’‘Abrogazione’. Ismâ‘îl Haqqî dice nel suo commento al v. 106 della seconda Sura: “La Sapienza implicita nell’‘abrogazione’ è la seguente: il Medico che si occupa di tenere in salute la Tradizione modifica i nutrimenti e i medicamenti in ragione del variare dei temperamenti umani e delle epoche. Ecco allora che i Profeti, i quali si occupano della salute delle anime, modificano le azioni rituali proprie della Legislazione sacra e le Norme relative alle creature, Norme e atti rituali che sono per le anime quello che le medicine e i cibi sono per i corpi: gli atti previsti dalla Legge sacra e le virtù lodevoli sono cibo e cura dell’anima, e il Legislatore interviene a modificarli in ragione delle modificazioni delle loro proprietà benefiche. Una certa cosa può essere per il corpo una medicina in un certo momento, e in un altro momento può diventare una malattia: allo stesso modo un determinato atto rituale in un certo tempo porta beneficio, e in un altro può anche portare corruzione (…). È detto nel Libro primo del Mathnawî:
‘(…) Per ogni Legge sacra che il Vero ha reso ‘abrogata’,
Egli ha tolto dell’erba secca, e ha portato delle rose!
In questa città delle contingenze, Egli è il Principe,
e in ogni Regno Egli è il Sovrano che ogni cosa gestisce.
(…) Chi sa cucire, sa anche come disfare un tessuto,
e qualsiasi cosa venda, comprerà qualcosa di meglio.’ ”
Il rifiuto dell’Abrogazione poi porta (oggi più che in passato) a due conseguenze nefaste: da una parte non sapere come rispondere ad alcune questioni ineludibili poste dalle ‘compresenza’ cui si accennava (che viene sfruttata, lo ripetiamo, per dileggiare le Tradizioni divine con la scusa delle differenze e delle apparenti contraddizioni tra le Norme sacre, e del proporsi di diverse Religioni che sembrano avere tutte il diritto di imporsi, da cui l’accusa che esse siano all’origine di guerre e violenze ritenute assurde ed arbitrarie), e dall’altra la sottovalutazione in particolare del sionismo, basato, oltre che su di una rottura con l’Ebraismo tradizionale, su di un rifiuto radicale dell’‘abrogazione’ della Religione giudaica, da cui la negazione della sanzione divina della ‘diaspora’, con le garanzie sacre che essa permetteva, e il tentativo come di far ‘girare al contrario’ la ruota del movimento ciclico, per usare un’espressione guénoniana, tornando ad imporre con la violenza più sfrenata e grossolana, gli intrighi, i ricatti, il controllo massmediatico e la potenza della finanza, l’imperio della regalità ebraica, tentativo del resto destinato presto o tardi a misero fallimento, dal momento che va contro all’Ordine di Dio.