L'essenza
e il fine dell'iniziazione sono, in effetti, sempre e
dappertutto gli stessi; solo le modalità differiscono,
per adattamento ai tempi e ai luoghi; e aggiungeremo
subito, perché nessuno possa far errore, che anche
questo adattamento, per essere legittimo, non deve mai
essere una "innovazione", vale a dire il prodotto di una
fantasia individuale qualsiasi, ma come quello delle
forme tradizionali in generale, deve in definitiva
sempre procedere da un'origine "non-umana", senza la
quale non potrebbe esserci realmente né tradizione né
iniziazione, ma soltanto qualcuna di quelle "parodie"
che così frequentemente incontriamo nel mondo moderno,
le quali non vengono da nulla e non portano a nulla, e
che di conseguenza non rappresentano veramente, se così
si può dire, se non il nulla puro e semplice, quando non
siano gli strumenti incoscienti di qualcosa di ancora
peggiore.
René Guénon: Considerazioni sull'iniziazione Luni Editrice, 368 pagg.,
(in distribuzione) - €
22,80 - ISBN 9788879844062
Abbiamo osservato in precedenza che l'iniziazione
propriamente detta consiste essenzialmente nella
trasmissione di una influenza spirituale, trasmissione
che può soltanto effettuarsi per il tramite di una
organizzazione tradizionale regolare, sicché non si può
parlare di iniziazione al di fuori del collegamento ad
una tale organizzazione. Abbiamo precisato che la
«regolarità» doveva essere intesa come escludente tutte
le organizzazioni pseudo-iniziatiche, vale a dire tutte
quelle che, qualunque siano le pretese e le apparenze di
cui si rivestono, non sono effettivamente depositarie di
alcuna influenza spirituale, e per conseguenza non
possono in realtà trasmettere nulla. È allora facile
comprendere l'importanza capitale che tutte le
tradizioni attribuiscono a ciò che è designato come la
«catena» iniziatica (1), vale a dire ad una successione
che assicuri in maniera ininterrotta la trasmissione di
cui si tratta; infatti, al di fuori di questa
successione, l'osservanza stessa delle forme rituali
sarebbe vana, mancandovi l'elemento vitale essenziale
alla loro efficacia. Ritorneremo più specialmente in
seguito sulla questione dei riti iniziatici, ma fin
d'ora dobbiamo rispondere ad una obbiezione che può
presentarsi: questi riti, si dirà, non hanno per sé
stessi una efficacia che sia loro inerente? Ne hanno
infatti una, poiché se non fossero osservati, o se
fossero alterati in uno qualsiasi dei loro elementi
essenziali, nessun risultato effettivo potrebbe essere
ottenuto; ma, se questa è in tal modo una condizione
necessaria, non è tuttavia sufficiente, e bisogna
inoltre, perché questi riti abbiano il loro effetto, che
siano compiuti da coloro che hanno qualità per
adempierli. Ciò d'altronde non è affatto particolare ai
riti iniziatici, ma s'applica anche ai riti di ordine
exoterico, per esempio ai riti religiosi, che hanno
ugualmente la loro efficacia, ma che neanche possono
essere validamente compiuti da uno qualsiasi; in questo
modo, se un rito religioso richiede una ordinazione
sacerdotale, colui che non ha ricevuto questa
ordinazione potrà ben osservare tutte le forme ed anche
apportarvi tutta l'intenzione voluta (2), non riuscirà
ad ottenere alcun risultato, poiché non è il portatore
dell'influenza spirituale che deve operare prendendo
queste forme rituali per appoggio (3).
[...]
Anche in riti di un ordine
molto inferiore e non
concernenti che applicazioni
tradizionali secondarie,
come ad esempio i riti di
ordine magico, dove
interviene una influenza che
non ha nulla di spirituale,
ma che è semplicemente
psichica (intendendo con
questa parola nel senso più
generale ciò che appartiene
al dominio degli elementi
sottili dell'individualità
umana e di ciò che vi
corrisponde nell'ordine
«macrocosmico»), la
produzione di un effetto
reale è condizionata in
molti casi da una certa
trasmissione; e la più
volgare stregoneria delle
campagne fornirebbe a tal
riguardo numerosi esempi
(4). Non vogliamo del resto
insistere su quest'ultimo
punto, che è al di fuori del
nostro soggetto; lo
indichiamo soltanto per far
meglio capire come una
trasmissione regolare sia a
maggior ragione
indispensabile per
permettere di compiere
validamente i riti che
implicano l'azione di una
influenza di ordine
superiore, la quale può
dirsi propriamente
«non-umana», come è
ugualmente il caso dei riti
iniziatici e quello dei riti
religiosi. Effettivamente
tale è il punto essenziale,
e bisogna ancora insistervi
alquanto: abbiamo già detto
che la costituzione di
organizzazioni iniziatiche
regolari non è a
disposizione di semplici
iniziative individuali e si
può dire esattamente lo
stesso in riguardo alle
organizzazioni religiose,
perché, nell'uno e
nell'altro caso, occorre una
certa presenza che non può
provenire dagli individui,
essendo oltre il dominio
delle possibilità umane. Del
resto, si possono riunire
questi due casi, dicendo che
si tratta di tutto l'insieme
delle organizzazioni che
possono essere qualificate
come veramente tradizionali;
in tal modo, si comprenderà,
senza neanche far
intervenire altre
considerazioni, per quale
ragione ci rifiutiamo, e
l'abbiamo detto in parecchie
occasioni, di applicare il
nome di tradizione, come fa
abusivamente il linguaggio
profano, a certe cose che
sono solo puramente umane;
non sarà inutile rilevare
che questa parola stessa di
«tradizione», nel suo
significato originale, non
esprime che l'idea stessa di
trasmissione da noi
presentemente considerata, e
del resto su tale questione
ritorneremo in seguito. Ora,
per maggior comodità, si
potrebbero dividere le
organizzazioni tradizionali
in «exoteriche» e
«esoteriche», sebbene, se si
volessero intendere questi
due termini nel loro
significato più preciso, non
s'applicherebbero forse
dovunque con una eguale
esattezza; ma, per quello
che abbiamo attualmente in
vista, basterà intendere per
«exoteriche» le
organizzazioni che in una
certa forma di civiltà sono
aperte a tutti
indistintamente, e per
«esoteriche» quelle
riservate ad una élite
(5), o, in altri termini,
dove sono soltanto ammessi
coloro che posseggono una
particolare
«qualificazione». Queste
ultime sono propriamente le
organizzazioni iniziatiche;
in merito alle altre, esse
non comprendono soltanto le
organizzazioni
specificamente religiose, ma
anche, come si può vedere
nelle civiltà orientali,
alcune organizzazioni
sociali che non hanno questo
carattere religioso, pur
essendo ugualmente collegate
ad un principio di ordine
superiore, il che in tutti i
casi è la condizione
indispensabile perché
possano essere riconosciute
come tradizionali.
D'altronde, dato che non
dobbiamo considerare qui le
organizzazioni exoteriche in
se stesse, ma soltanto per
paragonare il loro caso a
quello delle organizzazioni
esoteriche o iniziatiche,
possiamo limitarci alla
considerazione delle
organizzazioni religiose,
perché sono le sole di
quest'ordine che siano
conosciute in Occidente,
sicché quel che vi si
riferisce sarà più
immediatamente
comprensibile. Diremo
dunque: ogni religione nel
senso vero della parola ha
un'origine «non-umana» ed è
organizzata in modo tale da
conservare il deposito di un
elemento ugualmente
«non-umano» che le proviene
da questa origine; un tale
elemento, che è dell'ordine
di ciò che chiamiamo
influenze spirituali,
esercita la sua azione
effettiva mediante riti
appropriati, e l'adempimento
di questi riti, per essere
valido, vale a dire per
fornire un appoggio reale
all'influenza di cui si
tratta, richiede una
trasmissione diretta ed
ininterrotta nel seno
dell'organizzazione
religiosa. Se è in tal modo
nell'ordine semplicemente
exoterico (ed è evidente che
non ci rivolgiamo ai
«critici» negatori cui
abbiamo fatto
precedentemente allusione,
che pretendono ridurre la
religione ad un fatto umano,
e la cui opinione non
dobbiamo prendere in
considerazione, come non
prendiamo in considerazione
tutto quanto ugualmente non
proviene che da pregiudizi
antitradizionali), a maggior
ragione dovrà essere
parimenti in un ordine più
elevato, quale è l'ordine
esoterico. Le parole di cui
ci serviamo sono abbastanza
ampie per applicarsi anche
qui senza necessità di verun
cambiamento, rimpiazzando
soltanto la parola
«religione» con quella
d'«iniziazione»; tutta la
differenza verterà sulla
natura delle influenze
spirituali che entrano in
gioco (poiché vi sono ancora
molte distinzioni da fare in
un tale dominio, dove
insomma comprendiamo tutto
ciò che si riferisce a
possibilità di ordine
sopra-individuale), e
soprattutto sulle finalità
rispettive dell'azione che
esse esercitano nell'un caso
e nell'altro.
Se, per farci ancora meglio
capire, ci riferiamo
particolarmente al caso del
Cristianesimo nell'ordine
religioso, possiamo
aggiungere questo: i riti
d'iniziazione, che hanno per
scopo immediato la
trasmissione dell'influenza
spirituale da un individuo
ad un altro, il quale almeno
in principio potrà in
seguito trasmetterla a sua
volta, sono esattamente
paragonabili sotto questo
rapporto a riti
d'ordinazione (6); e si può
anche rilevare come gli uni
e gli altri siano parimenti
suscettibili di comportare
più gradi, la pienezza
dell'influenza spirituale
non essendo necessariamente
comunicata di un solo colpo
con tutte le prerogative che
implica, specialmente in
riguardo all'attitudine
attuale per esercitare tali
o tal'altre funzioni
nell'organizzazione
tradizionale (7). Ora, si sa
quale importanza abbia per
le Chiese cristiane la
questione della «successione
apostolica»; e un tal fatto
si comprende senza
difficoltà, poiché, se
questa successione venisse
ad essere interrotta,
nessuna ordinazione potrebbe
essere più valida, e in
conseguenza la maggioranza
dei riti non sarebbe più che
vana formalità senza portata
effettiva (8). Coloro che a
buon diritto ammettono la
necessità di una tale
condizione nell'ordine
religioso non dovrebbero
aver la minima difficoltà a
comprendere come essa
s'imponga non meno
rigidamente nell'ordine
iniziatico, o, in altri
termini, come una
trasmissione regolare,
costituente la «catena» di
cui parlavamo in precedenza,
sia pure strettamente
indispensabile in questo
ordine iniziatico. Dicevamo
prima che l'iniziazione deve
avere una origine
«non-umana», poiché, se così
non fosse, non potrebbe in
alcun modo raggiungere il
suo scopo finale, che supera
il dominio delle possibilità
individuali; ed è perciò che
i veri riti iniziatici, e
precedentemente l'abbiamo
detto, non possono essere
attribuiti ad autori umani,
che di fatto per essi non
sono stati mai conosciuti
(9), come non si conoscono
inventori per i simboli
tradizionali, e la ragione è
la stessa, poiché questi
simboli sono ugualmente
«non-umani» nella loro
origine e nella loro essenza
(10); e, d'altronde, vi sono
fra riti e simboli legami
strettissimi che esamineremo
in seguito. Si può dire in
verità che, in casi come
questi, non vi sia origine
«storica», poiché l'origine
reale si situa in un mondo
cui non s'applicano le
condizioni di tempo e di
luogo che definiscono i
fatti storici come tali; e
perciò queste cose sfuggono
sempre inevitabilmente ai
metodi profani di ricerca, i
quali, in qualche modo per
definizione, non possono
dare risultati relativamente
validi che nell'ordine
puramente umano (11). In
tali condizioni, è facile
capire come la parte
dell'individuo che
conferisce l'iniziazione ad
un altro sia in vero una
parte di «trasmettitore»,
nel senso più esatto della
parola; egli non agisce in
quanto individuo, ma in
quanto appoggio di una
influenza non appartenente
all'ordine individuale; è
unicamente un anello della
«catena» il cui punto di
partenza è al di fuori e al
di là dell'umanità. In tal
modo, egli non può agire in
nome proprio, ma in nome
dell'organizzazione cui è
collegato e da cui detiene i
suoi poteri, o, ancora più
esattamente, in nome del
principio che questa
organizzazione rappresenta
visibilmente. Ciò spiega
d'altronde come l'efficacia
del rito compiuto da un
individuo sia indipendente
dal valore stesso di
quest'individuo in quanto
tale, il che è anche vero
per i riti religiosi; e un
tal fatto non l'intendiamo
in senso «morale», poiché
sarebbe evidentemente senza
troppa importanza in una
questione che è in realtà di
ordine esclusivamente
«tecnico», ma nel senso che,
anche se l'individuo
considerato non possiede il
grado di conoscenza
necessario per comprendere
il senso profondo del rito e
la ragione essenziale dei
suoi diversi elementi,
questo rito non per tal
motivo avrà meno il suo
pieno effetto se, essendo
regolarmente investito della
funzione di « trasmettitore
», egli lo adempirà
osservando tutte le regole
prescritte, e con una
intenzione che sia
sufficientemente determinata
dalla coscienza del suo
collegamento
all'organizzazione
tradizionale. Donde deriva
immediatamente questa
conseguenza, che anche una
organizzazione, ove ad un
certo momento si trovassero
soltanto iniziati
«virtuali», secondo
l'espressione da noi usata
in precedenza (e ritorneremo
sulla questione ancora in
seguito), sarebbe tuttavia
non meno capace di
continuare a trasmettere
realmente la influenza
spirituale di cui' è la
depositaria; per tale scopo
è sufficiente che la «
catena » non sia interrotta,
e, a tal riguardo, la favola
ben nota dell'« asino che
porta le reliquie » è
suscettibile di un
significato iniziatico degno
di essere meditato (12).
Invece, la conoscenza anche
completa di un rito, se è
stata ottenuta al di fuori
delle condizioni regolari, è
interamente sprovvista di
ogni valore effettivo; e
così diremo, per prendere un
esempio semplice (poiché il
rito si riduce
essenzialmente nella
pronunzia di una parola o di
una formula), che, nella
tradizione indù, se il
mantra non è appreso
dalla bocca di un guru
autorizzato, è senza alcun
effetto, poiché non è
«vivificato» dalla presenza
dell'influenza spirituale di
cui è unicamente destinato
ad essere il veicolo (13).
Tal cosa si estende
d'altronde, ad un grado o ad
un altro, a tutto ciò cui è
legata un'influenza
spirituale: in tal modo, lo
studio dei testi sacri di
una tradizione, fatto sui
libri, non può mai supplire
ad una comunicazione
diretta; e anche laddove gli
insegnamenti tradizionali
sono stati più o meno
completamente messi in
iscritto, continuano non
meno perciò ad essere
regolarmente l'oggetto di
una trasmissione orale, la
quale, in pari tempo che è
indispensabile per dare la
piena efficacia a tali
insegnamenti (quando si
tratta di non limitarsi ad
una conoscenza semplicemente
teorica), assicura la
perpetuazione della « catena
» cui è legata la vita
stessa della tradizione. Non
si avrebbe altrimenti che
una tradizione morta, alla
quale nessun collegamento
effettivo sarebbe più
possibile, e, se la
conoscenza di ciò che resta
di una tale tradizione può
avere ancora un
certo-interesse teorico (al
di fuori, beninteso, del
punto di vista della
semplice erudizione profana,
il cui valore è qui nullo,
ed in quanto essa è
suscettibile di aiutare la
comprensione di certe verità
dottrinali), non può essere
di alcun beneficio diretto
in vista di una qualsiasi
«realizzazione» (14). È
tanto vero che si tratta
effettivamente della
comunicazione di qualche
cosa di «vitale», che in
India un discepolo non può
mai sedersi di fronte al
guru, per evitare che
l'azione del prema,
legato al respiro ed alla
voce, esercitandosi troppo
direttamente, produca un
urto molto violento, che di
conseguenza potrebbe non
essere senza pericolo sia
psichicamente e sia
fisicamente (15).
Quest'azione è tanto potente
infatti poiché il prana
stesso, in tali casi, non è
che il veicolo o l'appoggio
sottile dell'influenza
spirituale che si trasmette
dal guru al discepolo; e il
guru, nella sua
funzione vera e propria, non
dev'essere considerato come
una individualità (questa
scomparendo allora, salvo in
quanto semplice appoggio),
ma unicamente come il
rappresentante della
tradizione stessa, che egli
incarna in qualche modo in
rapporto al suo discepolo,
il che costituisce molto
esattamente la parte di
«trasmettitore» di cui
abbiamo parlato in
precedenza.
(Tratto dal cap. VIII
- Della trasmissione
iniziatica)
Note:
1. Questo termine «catena»
traduce l'ebraico
shelsheleth, l'arabo
silsilah ed anche il
sanscrito paramparâ,
che esprime essenzialmente
l'idea di una successione
regolare ed ininterrotta
2. Formuliamo esplicitamente
questa condizione
dell'intenzione per
precisare bene che i riti
non potrebbero essere
l'oggetto di «esperienze»
nel senso profano della
parola; colui che volesse
adempiere un rito, di
qualsiasi ordine del resto,
per semplice curiosità e per
'sperimentarne l'effetto,
potrebbe essere sicurissimo
che quest'ultimo sarà nullo
3. Gli stessi riti che non
richiedono in special modo
una tale ordinazione non
possono nemmeno essere
compiuti da tutti
indistintamente, poiché
l'esplicita adesione alla
forma tradizionale cui
questi riti appartengono è,
in tutti i casi, una
condizione indispensabile
per determinarne l'efficacia
4. Questa condizione della
trasmissione si ritrova
dunque fin nelle deviazioni
della tradizione o nelle sue
vestige degenerate, ed anzi
dobbiamo aggiungere nella
sovversione propriamente
detta che si riferisce alla
«contro-iniziazione». - Cfr.
Le Règne de la Quantité
et lei Signes des Temps,
cap XXXIV e XXXVIII
5. Abbiamo preferito
conservare il termine
francese élite, il cui
significato è del resto
facile a comprendersi,
considerando che il suo uso
è comunissimo anche nella
nostra lingua, piuttosto che
cercare di tradurlo
approssimativamente con un
termine italiano inadeguato
(N.d.T.).
6. Diciamo «sotto questo
rapporto», poiché, da un
altro punto di vista, la
prima iniziazione, in quanto
«seconda nascita», sarebbe
paragonabile al rito del
battesimo; è naturale che le
corrispondenze che si
possono considerare fra cose
appartenenti ad ordini tanto
differenti debbono essere
per necessità abbastanza
complesse e non si lasciano
ridurre ad una specie di
schema uni-lineare
7. Diciamo «attitudine
attuale» per precisare che
Si tratta di qualche cosa di
più della «qualificazione»
preliminare, la quale può
essere designata anche come
un'attitudine; potrà dunque
dirsi che un individuo sia
atto all'esercizio delle
funzioni sacerdotali so non
ha alcuno degli impedimenti
capaci di impedirne
l'accesso, ma non ne sarà
attualmente atto che se avrà
ricevuto effettivamente
l'ordinazione. Notiamo anche
a tal proposito che questo
sacramento dell'ordinazione
è il solo per cui
particolari «qualificazioni»
si richiedono, e in tal modo
essa è inoltre paragonabile
all'iniziazione, a
condizione, ben s'intende,
di tener sempre conto della
differenza essenziale dei
due dominii exoterico e
esoterico
8. Infatti, le Chiese
protestanti che non
ammettono le funzioni
sacerdotali hanno soppresso
quasi tutti i riti, o non li
hanno conservati che a
titolo di semplici simulacri
«commemorativi» e, data la
costituzione propria della
tradizione cristiana, essi
non possono effettivamente
essere nulla di diverso in
caso simile. Si sa d'altra
parte a quali discussioni la
questione della «successione
apostolica» dia luogo in
riguardo alla legittimità
della Chiesa anglicana; ed è
curioso rilevare che gli
stessi teosofisti, allorché
vollero costituire la loro
Chiesa «libera cattolica»,"
cercarono in primo luogo
d'assicurarle il beneficio
di una «successione
apostolica» regolare
9. Certe attribuzioni a
personaggi leggendari, o più
esattamente simbolici, non
possono affatto essere
considerate come aventi un
carattere «storico», ma
confermano invece pienamente
ciò che qui diciamo
10. Le organizzazioni
esoteriche islamiche si
trasmettono un segno di
riconoscimento che, secondo
la tradizione, fu comunicato
al Profeta dallo stesso
arcangelo Gabriele; non si
potrebbe indicare più
nettamente l'origine
«non-umana» dell'iniziazione
11. Rileviamo a tal
proposito che coloro i
quali, con intenzioni
«apologetiche», insistono a
tal punto su ciò che
chiamano, con parola
d'altronde assai barbara, la
« storicità » di una
religione, da scorgervi
qualche cosa di interamente
essenziale ed anche da
subordinarvi talvolta le
considerazioni dottrinali
(mentre invece i fatti
storici stessi non valgono
veramente che in quanto
possono essere presi come
simboli di realtà
spirituali), commettono un
grave errore a detrimento
della « trascendenza » di
questa religione. Un tale
errore, che è d'altronde la
testimonianza di una
concezione abbastanza
fortemente «materializzata»
e dell'incapacità di
elevarsi ad un ordine
superiore, può essere
considerato come una
deprecabile concessione al
punto di vista «umanista»,
vale a dire individualista
ed antitradizionale, che
propriamente caratterizza lo
spirito occidentale moderno
12. A tal proposito, è anche
da notarsi che le reliquie
sono precisamente un veicolo
d'influenze spirituali; tale
è la vera ragione del culto
di cui sono l'oggetto, anche
se questa ragione non sia
sempre cosciente nei
rappresentanti delle
religioni exoteriche, i
quali sembrano talvolta non
rendersi alcun conto del
carattere molto « positivo»
delle forze che maneggiano,
il che del resto non
impedisce a queste forze di
agire effettivamente, anche
all'insaputa di essi,
sebbene forse con minore
ampiezza di quanto,
potrebbero se fossero meglio
dirette «tecnicamente».
13. A proposito di questa
«vivificazione», se ci si
può esprimere in tal modo,
segnaliamo di sfuggita che
la consacrazione dei templi,
delle immagini, degli
oggetti rituali ha lo scopo
essenziale di farne il
ricettacolo effettivo delle
influenze spirituali senza
la cui presenza i riti ai
quali debbono servire
sarebbero sprovvisti
d'efficacia
14. Un tal fatto completa e
precisa ancora meglio quanto
prima dicevamo sulla vanità
di un preteso collegamento
«ideale» alle forme di una
tradizione scomparsa 15. Ciò
spiega anche la disposizione
speciale dei seggi in una
Loggia massonica, il che è
interamente ignorato dalla
maggioranza dei Massoni
attuali
INDICE GENERALE:Prefazione. I -
Via iniziatica e via mistica. II - Magia e misticismo. III - Errori diversi riguardo all’iniziazione. IV -
Sulle condizioni dell’iniziazione. V - Sulla regolarità
iniziatica. VI - Sintesi e sincretismo. VII - Contro la
commistione delle forme tradizionali. VIII - Sulla
trasmissione iniziatica. IX - Tradizione e trasmissione.
X - Sui centri iniziatici. XI - Organizzazioni
iniziatiche e sette religiose. XII - Organizzazioni
iniziatiche e società segrete. XIII - Del segreto
iniziatico. XIV - Sulle qualificazioni iniziatiche. XV -
Sui riti iniziatici. XVI - Il rito e il simbolo. XVII -
Miti, misteri e simboli. XVIII - Simbolismo e filosofia. XIX - Riti e cerimonie. XX - A proposito di «magia
cerimoniale». XXI - Sui cosiddetti «poteri» psichici. XXII - Il rifiuto dei «poteri». XXIII - Sacramenti e
riti iniziatici. XXIV - La preghiera e l’incantazione. XXV
- Sulle prove iniziatiche. XXVI - Sulla morte
iniziatica. XXVII - Nomi profani e nomi iniziatici. XXVIII
- Il simbolismo del teatro. XXIX - «Operativo» e
«speculativo». XXX - Iniziazione effettiva e iniziazione
virtuale. XXXI - Sull’insegnamento iniziatico. XXXII - I
limiti del mentale. XXXIII - Conoscenza iniziatica e
«cultura» profana. XXXIV - Mentalità scolastica e
pseudo-iniziazione. XXXV - Iniziazione e «passività». XXXVI - Iniziazione e «servizio». XXXVII - Il dono delle
lingue. XXXVIII - Rosa-Croce e Rosacrociani. XXXIX -
Grandi misteri e piccoli misteri. XL - Iniziazione
sacerdotale e iniziazione regale. XLI - Qualche
considerazione sull’ermetismo. XLII - Trasmutazione e
trasformazione. XLIII - Sulla nozione dell’élite. XLIV
- Sulla gerarchia iniziatica. XLV -
Sull’infallibilità tradizionale. XLI - Su due motti
iniziatici. XLVII - «Verbum, lux et vita». XLVIII
- La nascita dell’Avatâra.