La
realizzazione dell'«Uomo Universale » viene
simboleggiata, dalla maggior parte delle dottrine
tradizionali, con un segno che è dappertutto il
medesimo, poiché, come abbiamo detto all'inizio, è di
quelli che si ricollegano direttamente alla Tradizione
primordiale: si tratta del segno della croce, che
rappresenta perfettamente il modo in cui viene raggiunta
tale realizzazione, mediante la comunione perfetta della
totalità degli stati dell'essere, ordinati
gerarchicamente in armonia e conformità, nell'espansione
integrale secondo i due sensi dell'«ampiezza» e
dell'«esaltazione». Si può infatti considerare che
questa doppia espansione dell'essere si effettui da una
parte orizzontalmente, cioè a un determinato livello o
grado di esistenza, e dall'altra verticalmente, cioè
nella sovrapposizione gerarchica di tutti i gradi. Il
senso orizzontale rappresenta quindi l'«ampiezza», cioè
l'estensione integrale dell'individualità assunta come
base della realizzazione, estensione che consiste nello
sviluppo indefinito di un insieme di possibilità
soggette a condizioni particolari di manifestazione
René Guénon: Il simbolismo della croce Adelphi Edizioni, Milano, 2012, 171 pagg.,
(in distribuzione)
- €
20,90
- ISBN 9788845927546
Prefazione dell’autore
In apertura dell'Uomo e il suo divenire
secondo il Vêdânta questo lavoro veniva da noi
presentato come se dovesse costituire l'inizio di una
serie di studi nei quali avremmo potuto. secondo i casi,
vuoi esporre direttamente taluni aspetti delle dottrine
metafisiche d'Oriente, vuoi adattare queste ultime nel
modo che ci sarebbe parso più intelligibile e più
profittevole, rimanendo tuttavia sempre rigorosamente
fedeli al loro spirito. Riprendiamo qui questa serie di
studi, dopo aver dovuto interromperla temporaneamente
per redigere altri lavori resi necessari da certe
considerazioni di opportunità, lavori nel quali ci siamo
maggiormente calati nel campo delle applicazioni
contingenti; ma anche in questo caso non abbiamo mai un
solo istante perduto di vista i principi metafisici, i
quali sono l'unico fondamento di ogni vero insegnamento
tradizionale. Nell'Uomo e il suo divenire secondo il
Vêdânta abbiamo fatto vedere come un essere come
l'uomo venga guardato da una dottrina tradizionale e di
tipo puramente metafisico, e ciò contenendoci - nel modo
più rigoroso possibile - all'esposizione esatta e alla
conforme interpretazione della dottrina, o, per lo meno,
non esorbitandone se non per segnalare, quando se ne
presentasse l'occasione, le concordanze di questa
dottrina con altre forme tradizionali. In effetti, la
nostra intenzione non è mai stata quella di rinchiuderci
in modo esclusivo in una forma determinata - cosa che
del resto sarebbe ben difficile quando si sia presa
coscienza dell'unità di essenza che si cela sotto la
diversità delle forme più o meno esteriori, forme che in
definitiva altro non sono se non altrettanti
rivestimenti di una sola e identica verità. Se per
ragioni che abbiamo già spiegato in altra sede (1),
abbiamo in linea di massima assunto quale punto di vista
centrale quello delle dottrine indù, ciò non ha affatto
la conseguenza di impedirci il ricorso, ogni volta che
l'argomento si presti, ai modi di esprimersi delle altre
tradizioni, a patto - beninteso - che si tratti sempre
di tradizioni vere, tradizioni che possiamo dire
regolari e ortodosse, intendendo tali parole nel senso
da noi definito in altre occasioni (2).
è questo
che faremo qui, in particolare, più liberamente che non
nel lavoro precedente, in quanto ci dedicheremo non più
all'esposizione di un determinato ramo di dottrina,
com'esso esiste in una certa civiltà, ma alla
spiegazione di un simbolo che è precisamente fra quelli
che sono comuni a quasi tutte le tradizioni,
caratteristica che ai nostri occhi sta a indicare che si
ricollegano direttamente alla grande Tradizione
primordiale.
[...]
A
tal proposito, dobbiamo insistere un
poco su un punto che ha una
particolare importanza al fine di
dissipare molte confusioni
sfortunatamente troppo frequenti
nella nostra epoca; intendiamo
parlare della differenza capitale
esistente tra "sintesi" e
"sincretismo". Il sincretismo
consiste nell'accozzare dal di fuori
elementi più o meno eterogenei, i
quali, visti in tal modo, non
possono mai essere veramente
unificati; in definitiva, si tratta
di una sorta di eclettismo, con
tutto quel che quest'ultimo sempre
comporta di frammentarlo e di
incoerente. È dunque qualcosa di
puramente esteriore e superficiale;
gli elementi che vengono così
raccolti da diverse parti e riuniti
in tal modo artificialmente non
hanno mai altro carattere se non
quello di imprestiti, non passibili
di un'effettiva integrazione in una
dottrina degna di questo nome. Al
contrario, la sintesi è sempre
effettuata dal di dentro; con ciò
intendiamo dire che essa consiste in
modo proprio nel prendere in
considerazione le cose nell'unità
del loro stesso principio, nel
vedere come esse derivino e
dipendano da questo principio,
nell'unirle in tal maniera, o
meglio, nel prendere coscienza della
loro unione reale, in virtù di un
legame del tutto interiore, inerente
a ciò che di più profondo c'è nella
loro natura. Per applicare quanto
stiamo dicendo all'argomento che ci
occupa al presente, si può dire che
si avrà sincretismo tutte le volte
che ci si limiterà a trarre degli
elementi da differenti forme
tradizionali, per saldarli in certo
qual modo esteriormente gli uni agli
altri, senza sapere che in fondo non
c'è che un'unica dottrina della
quale tali forme sono semplicemente
altrettante espressioni diverse,
altrettanti adattamenti a condizioni
mentali particolari, in relazione
con circostanze determinate di tempo
e di luogo. In un simile caso, da
questo raffazzonamento non potrà
uscire nulla di valevole; per
adottare un paragone facilmente
comprensibile, invece di un insieme
organizzato, non risulterà che una
raccolta informe di detriti
inutilizzabili, in quanto ad essa
mancherà quel che potrebbe dar loro
un'unità analoga a quella di un
essere vivente o di un edificio
armonioso; ed è tipico del
sincretismo, proprio a motivo della
sua esteriorità, una simile unità il
non poter realizzarla. Per converso,
si avrà sintesi quando si partirà
dall'unità stessa, e quando non la
si perderà mai di vista attraverso
la molteplicità delle sue
manifestazioni, il che implica che
si abbia raggiunto, al di fuori e al
di là delle forme, la coscienza
della verità principiale che di
queste ultime si riveste per
esprimersi e comunicarsi nella
misura del possibile. In conseguenza
di ciò, ci si potrà servire dell'una
o dell'altra di tali forme secondo
che si reputi vantaggioso il farlo,
esattamente nello stesso modo in cui
si può, per tradurre uno stesso
pensiero, servirsi di lingue diverse
col mutare delle circostanze, alfine
di farsi capire dagli interlocutori
differenti ai quali ci si rivolge;
d'altro canto, è proprio questo a
cui certe tradizioni danno
simbolicamente il nome di "dono
delle lingue". Si potrebbe dire che
le concordanze tra tutte le forme
tradizionali rappresentino reali
"sinonimie"; è in questa luce che
noi le guardiamo e ce ne serviamo, e
così come la spiegazione di
determinate cose può rivelarsi più
facile in questa che non in quella
lingua, una di tali forme potrà
meglio adattarsi delle altre
all'esposizione di certe verità e
rendere queste ultime più facilmente
intelligibili. È perciò
perfettamente legittimo, in ciascun
caso, fare uso della forma che
appare più appropriata a quanto ci
si propone; passare dall'una
all'altra non presenta nessun
inconveniente, a condizione che se
ne conosca realmente l'equivalenza,
cosa che non può avvenire se non
partendo dal loro principio comune.
Di conseguenza, in questo caso non
vi è sincretismo; del resto,
quest'ultimo non è che un punto di
vista puramente "profano",
incompatibile con la stessa nozione
di "scienza sacra" a cui questi
studi esclusivamente si riferiscono.
Abbiamo detto che la croce è un
simbolo che, sotto forme diverse, si
incontra quasi dappertutto, e a
partire dalle epoche più remote;
essa è quindi ben lungi
dall'appartenere in proprio ed in
modo esclusivo al Cristianesimo,
come certuni potrebbero essere
tentati di credere. Bisogna inoltre
dire che il Cristianesimo, per lo
meno nel suo aspetto esteriore e
conosciuto generalmente, sembra aver
un po' perduto di vista il carattere
simbolico della croce per
considerarla soltanto più il segno
di un fatto storico; in realtà,
questi due punti di vista non si
escludono affatto, ed, anzi, il
secondo non è in certo qual senso se
non una conseguenza del primo;
sennonché questo modo di guardare
alle cose è talmente estraneo alla
gran maggioranza dei nostri
contemporanei che è giocoforza
arrestarci su di esso un istante, ad
evitare qualche malinteso. Di fatto,
troppo spesso si ha tendenza a
pensare che l'accettazione di un
senso simbolico debba comportare il
rifiuto di un senso letterale o
storico; un'opinione del genere non
è che il prodotto dell'ignoranza
della legge di corrispondenza che è
il fondamento stesso di ogni
simbolismo, e in virtù della quale
qualsiasi cosa, poiché discende
essenzialmente da un principio
metafisico dal quale ricava tutta la
sua realtà, traduce o esprime tale
principio alla sua maniera e secondo
il suo ordine di esistenza, per modo
che da un ordine all'altro, tutte le
cose si concatenano e corrispondono
per concorrere all'armonia
universale e totale, la quale è,
nella molteplicità della
manifestazione, in certo modo un
riflesso della stessa unità
principiale.
è questa la ragione per cui
le leggi di una sfera inferiore
possono sempre essere assunte a
simbolo delle realtà di un ordine
superiore, nelle quali esse hanno la
loro ragione profonda, che è insieme
il loro principio e la loro fine; e
possiamo ricordare - in questa
occasione -, tanto più che proprio
qui ne troveremo degli esempi,
l'errore delle moderne
interpretazioni "naturalistiche"
delle antiche dottrine tradizionali,
interpretazioni che rovesciano
semplicemente la gerarchia dei
rapporti tra i diversi ordini di
realtà.
I
simboli o i miti non hanno infatti
mai avuto la funzione - come
vorrebbe una teoria anche troppo
diffusa ai giorni nostri - di
rappresentare il movimento degli
astri; la verità è che in essi si
trovano spesso figure che si
ispirano a quest'ultimo e che sono
destinate ad esprimere
analogicamente qualcosa di
totalmente diverso, in quanto le
leggi di tale movimento traducono
fisicamente i principi metafisici
dai quali dipendono. Quel che
diciamo dei fenomeni astronomici si
può dirlo del pari, e allo stesso
titolo, di ogni altro genere di
fenomeni naturali: questi fenomeni,
in quanto derivano da principi
superiori e trascendenti, sono
veramente simboli di questi ultimi;
ed è evidente che questo non infirma
affatto la realtà propria che simili
fenomeni posseggono, come tali, nel
campo di esistenza al quale
appartengono; ben al contrario, è
proprio questo che dà fondamento a
tale realtà, poiché al di fuori
della loro dipendenza nei confronti
dei principi, tutte le cose non
sarebbero se non puro nulla. Come
per tutto il resto, la stessa cosa
accade dei fatti storici: essi pure
si conformano necessariamente alla
legge di corrispondenza della quale
abbiamo or ora parlato, e in
conseguenza di ciò traducono secondo
il loro modo le realtà superiori,
delle quali non sono in certo qual
modo se non un'espressione umana;
aggiungeremo che è questo a
costituire ai nostri occhi tutto il
loro interesse, da un punto di vista
che - la cosa è evidente - è
totalmente diverso da quello in cui
si pongono gli storici "profani"
(3). Tale carattere simbolico,
quantunque comune a tutti i fatti
storici, deve essere particolarmente
evidente per quelli fra essi che
costituiscono quella che può più
propriamente esser detta la "storia
sacra"; ed è a motivo di ciò che lo
si ritrova in particolare, in
maniera impressionante, in tutte le
circostanze della vita di Cristo. Se
si è ben capito quanto abbiamo detto
finora, si comprenderà
immediatamente che non solo questa
non è una ragione per negare la
realtà di tali avvenimenti e per
considerarli puri e semplici "miti",
ma che - al contrario - simili
avvenimenti dovevano essere quelli
che sono stati e non potevano essere
diversi; d'altronde, come si
potrebbe attribuire un carattere
sacro a qualcosa che sia privo di
ogni significato trascendente? In
particolare, se Cristo è morto sulla
croce, si può dire che sia a motivo
del valore simbolico che la croce
possiede di per sé e che le è sempre
stato riconosciuto da tutte le
tradizioni; ed è questa la ragione
per cui, senza che si sminuisca
minimamente il suo significato
storico, si può considerare
quest'ultimo come derivato dal suo
stesso valore simbolico.
Un'altra conseguenza della legge di
corrispondenza è la pluralità dei
significati inclusi in ogni simbolo:
si può ritenere, infatti, che
qualsiasi cosa rappresenti non
soltanto i principi metafisici, ma
anche le realtà di ogni ordine che
sono superiori al suo, realtà che,
pur se ancora contingenti e dalle
quali essa dipende inoltre più o
meno direttamente, rivestono nei
suoi confronti la parte di "cause
seconde"; e l'effetto può sempre
venire assunto quale simbolo della
causa, qualunque sia il livello al
quale ciò avviene, giacché tutto ciò
che l'effetto è altro non è se non
l'espressione di qualcosa che è
inerente alla natura della sua
stessa causa. Tali significati
simbolici molteplici e
gerarchicamente sovrapposti non si
escludono affatto reciprocamente,
non più di quanto escludano il senso
letterale; sono anzi perfettamente
concordanti tra di loro, perché in
realtà esprimono le applicazioni di
uno stesso principio a ordini
diversi; ed in tal modo si
completano e si corroborano,
integrandosi nell'armonia della
sintesi totale. È proprio questo,
d'altra parte, che rende il
simbolismo un linguaggio molto meno
limitato del linguaggio comune, e fa
di esso il solo linguaggio adatto
per l'espressione e per la
comunicazione di certe verità; è in
ragione di ciò che esso apre
possibilità di concezione veramente
illimitate; è in ragione di ciò che
esso costituisce il linguaggio
iniziatico per eccellenza, il
veicolo indispensabile di ogni
insegnamento tradizionale. La croce
ha perciò, come tutti i simboli,
molteplici significati; ma questi
significati non è nostra intenzione
svilupparli qui tutti in ugual
maniera, e alcuni di essi li
indicheremo in modo appena
occasionale. Quello che ci
prefiggiamo essenzialmente di
esprimere, in effetti, è il
significato metafisico, il quale è
del resto il primo e il più
importante di tutti, dal momento che
è il significato propriamente
principiale; tutti gli altri sono
soltanto applicazioni contingenti e
più o meno secondarie. Se ci accadrà
di prendere in esame talune di
questa applicazioni, in fondo sarà
sempre e soltanto per ricollegarle
alla sfera metafisica, giacché è
questo che - ai nostri occhi - le
rende valide e legittime, secondo la
concezione, così completamente
dimenticata dal mondo moderno, delle
"scienze tradizionali".
Note:
1 Oriente e Occidente, pp.
174-6.
2 Introduzione generale allo
studio delle Dottrine indù, 3a
parte, cap. III; L'Uomo e il suo
divenire secondo il Vêdânta,
cap. I
3 "La stessa verità storica non è
solida se non quando deriva dal
Principio" (Tchoang-Tseu,
cap. XXV).
INDICE GENERALE -
Prefazione. I - La molteplicità degli stati dell'essere. II - L'«Uomo Universale». III - Il simbolismo metafisico
della croce. IV - Le direzioni dello spazio. V - La
teoria indù dei tre guna. VI - L'unione dei
complementari. VII - La risoluzione delle opposizioni. VIII - La guerra e la pace. IX - L'«albero del mezzo». X
- Lo swastika. XI - Rappresentazione geometrica dei
gradi dell'Esistenza. XII - Rappresentazione geometrica
degli stati dell'essere. XIII - Rapporti tra le due
rappresentazioni precedenti. XIV - Il simbolismo della
tessitura. XV - Rappresentazione della continuità tra le
diverse modalità di uno stesso stato d'essere. XVI -
Rapporti tra il punto e lo spazio. XVII - L'ontologia
del «roveto ardente». XVIII - Dalle coordinate
rettilinee alle coordinate polari. Continuità per
rotazione. XIX - Rappresentazione della continuità tra i
diversi stati d'essere. XX - Il vortice sferico
universale. XXI - Determinazione degli elementi della
rappresentazione dell'essere. XXII - Il simbolismo dello
yin-yang; equivalenza metafisica tra nascita e morte. XXIII - Significato dell'asse verticale. l'influenza
della «volontà del cielo». XXIV - Il «raggio celeste» e
il suo piano di riflessione. XXV - L'albero e il
serpente. XXVI - incommensurabilità tra l'essere totale
e l'individualità. XXVII - Situazione dello stato
individuale umano nell'insieme dell'essere. XXVIII - La
«grande triade». XXIX - Il centro e la circonferenza. XXX - Ultime considerazioni sul simbolismo spaziale.