La
lettera "nun", nell'alfabeto arabo come in quello
ebraico, occupa il quattordicesimo posto e ha il valore
numerico 50; ma, nell'alfabeto arabo, tale posizione è
degna di nota anche per un'altra ragione, cioè perché
conclude la prima metà dell'alfabeto, in quanto il
numero totale delle sue lettere è 28, invece delle 22
dell'alfabeto ebraico. Inoltre, nelle sue corrispondenze
simboliche nell'ambito della tradizione islamica, questa
lettera rappresenta soprattutto El-Hut, la
balena, il che d'altronde si accorda con il senso
originario della stessa parola "nun" che la
designa, e che significa pure «pesce»; ed è per via di
questo significato che Seyidna Yunus (il profeta
Giona) viene chiamato "Dhun-Nun». Tutto ciò è
naturalmente in relazione con il simbolismo generale del
pesce, e più specificamente con alcuni aspetti da noi
esaminati nel precedente studio, e in particolare, come
vedremo, quello del «pesce-salvatore», sia esso il
Matsya-avatara della tradizione indù o l'Ichthus
dei primi cristiani.
René Guénon: Simboli della Scienza sacra Adelphi Edizioni, Milano, 2010, 395 pagg.,
(in distribuzione) - €
15,20 - ISBN 9788845907647
Introduzione di Michel Vâlsan Il
presente volume riunisce tutti gli articoli di René
Guénon che trattano in special modo di simboli
tradizionali, e non ripresi o, almeno, non utilizzati
completamente in ulteriori opere. Tali testi, allo
stesso modo della maggior parte di quelli che restano
ancora da raggruppare intorno a qualche altra idea
d’insieme, furono pubblicati fra il 1925 ed il 1950 [1]
in alcuni periodici, e principalmente in Regnabit
ed in Le Voile d’Isis, divenuto, a partire dal
1936, Etudes Traditionnelles. La forma un po'
particolare degli articoli apparsi nella prima delle
pubblicazioni sopra citate esige alcune spiegazioni che
saranno anche utili per la bibliografia degli scritti di
René Guénon. Regnabit era una rivista mensile
cattolica, fondata nel 1921 dal Reverendo Padre Félix
Anizan, degli Oblati di Maria Immacolata; essa recava
inizialmente, come sottotitolo, la dicitura: «Rivista
universale del Sacro-Cuore», ed aveva dato vita ad una
«Società dell’Irraggiamento intellettuale del Sacro
Cuore», che era «patrocinata da quindici tra cardinali,
arcivescovi o vescovi», ed il cui segretario generale
era lo stesso Anizan. Fra i suoi collaboratori regolari
figurava Louis Charbonneau-Lassay, incisore ed
araldista, i cui lavori sull’iconografia e
sull’emblematica cristiane dovevano apparire presto come
uno dei più importanti contributi alla rivivificazione
contemporanea dell’intellettualità tradizionale in
Occidente [2]. È portato da quest’ultimo che René Guénon
cominciò a collaborarvi nel 1925, ad una data pertanto
in cui aveva già pubblicato l’Introduction générale à
l’étude des doctrines hindoues, Le Théosofisme,
L’erreur spirite, Orient et Occident, L’Homme et son
devenir selon le Vêdânta e L’Ésotérisme de Dante,
lavori che avevano sviluppato i temi fondamentali della
sua opera ispirata all’insegnamento orientale e che
avevano nettamente situata la sua posizione
intellettuale dal carattere apertamente universale.
Cionondimeno, nel particolarissimo quadro di Regnabit,
René Guénon doveva porsi, come lui stesso dirà più
tardi, «più specialmente nella ‘prospettiva’ della
tradizione cristiana, con l’intenzione di mostrarne il
perfetto accordo con le altre forme della tradizione
universale [3]».
[...]
La sua
collaborazione
cominciò nel numero
d’Aprile-Settembre
1925, con un
articolo intitolato
Le Sacré-Coeur et
la Légende du Saint
Graal e quindi,
a partire dal numero
di Novembre, fornì
regolarmente degli
studi concernenti
soprattutto il
simbolismo del Cuore
e quello del Centro
del Mondo ossia, in
definitiva, i due
aspetti micro e
macro-cosmico del
centro dell’essere.
Le idee tanto poco
usuali
dell’insegnamento di
René Guénon
trovarono, comunque,
un sicuro favore in
Padre Anizan [4] e
preziosi punti
d’appoggio
documentari nelle
ricerche di Louis
Charbonneau-Lassay:
questi due autori si
rifacevano
volentieri,
quand’era il caso,
all’autorità
intellettuale ed al
sapere di René
Guénon [5]. In tal
modo, subito dopo
questi inizi su
Regnabit, ci si
accorge che la
rivista tenta di
orientarsi in un
senso
deliberatamente più
intellettuale,
manifestando financo
una certa apertura
nei confronti
dell’idea
dell’universalità
tradizionale; il
tutto, naturalmente,
circondato da molte
precauzioni
dottrinali e
terminologiche. Agli
inizi del 1926, la
«Società
dell’Irraggiamento
intellettuale del
Sacro Cuore»
seguiva, a sua
volta, il nuovo
orientamento e si
riorganizzò ai fini
di meglio
corrispondere al suo
scopo che si
precisava come un
lavoro d’ordine
dottrinale,
«nell’ordine del
pensiero». Un
Appello rivolto agli
Scrittori ed agli
Artisti, redatto dal
Padre Anizan ma
firmato, fra gli
altri, da Louis
Charbonneau-Lassay e
René Guénon stesso,
dichiarava (è
l’autore stesso del
testo a
sottolineare):
«Mentre nel mondo
cattolico, a causa
d’un’inverosimile e
troppo reale
aberrazione, tutto
quel che è Sacro
Cuore è di per sé
stesso catalogato
come semplice
devozione, noi
siamo persuasi, da
parte nostra, che il
Sacro Cuore apporta
al pensiero umano
la parola di
salvezza, la parola
che dobbiamo
instancabilmente
ridire, l’ultima
parola del
Vangelo... Della
Rivelazione del
Sacro Cuore - noi
non la datiamo
affatto nel XVII
secolo - abbiamo
un’idea assai vasta,
che crediamo essere
più che esatta.
Dopo Bossuet, che
vedeva nel Cuore del
Cristo ‘il riassunto
di tutti i misteri
del cristianesimo,
mistero di carità la
cui origine sta nel
cuore’, pensiamo che
la Rivelazione del
Sacro Cuore è tutta
l’idea cristiana
rivelata nel suo
punto essenziale e
nell’aspetto che è
più capace di
afferrare il
pensiero umano.
Lungi da noi
l’opinione, tanto
erronea quanto
diffusa, che la
Rivelazione del
Sacro Cuore sia
unicamente il
principio d’una
devozione.
Certo, la devozione
al Sacro-Cuore è
cosa bellissima e,
ben compresa, essa
si deve irradiare in
tutta la vita
cristiana. Ma la
Rivelazione del
Sacro Cuore
oltrepassa, e di
molto, il quadro
d’una devozione,
per quanto bella e
raggiante la si
possa supporre.
Direttamente e per
sua natura, questa
rivelazione si
rivolge allo
spirito, per
metterlo, ovvero
rimetterlo, nel
senso del Vangelo.
Dato che il simbolo
è, essenzialmente,
un aiuto al
pensiero -
poiché lo fissa e lo
provoca -, è al
pensiero che si
rivolge il Cristo,
mostrandosi in un
simbolo reale che,
financo ai popoli
antichi, è apparso
come una fonte
d’ispirazione,
come un’emittente
di luce. Ricordo
del suo amore e
ricordo del suo
amore nel simbolo
del suo Cuore, ecco
cos’è l’ordine
dello spirito;
ecco che ci riporta
direttamente ‘sulle
tracce del Vangelo’.
E da questo grado
interpretativo,
riteniamo che la
Rivelazione del
Sacro Cuore sarà
sempre
d’un’importanza
capitale... Non
pensiamo affatto che
il Sacro Cuore sia
la salvezza del
mondo unicamente per
via della devozione
della quale Esso è
fatto oggetto. Il
male è d’un’altra
essenza. È il
pensiero stesso che
si scristianizza.
Portando la nostra
affermazione nella
zona del pensiero,
ci rendiamo conto di
situarlo nel
punto vitale...»
(numero di Gennaio
1926). Regnabit,
per altro, era
diventato l’organo
della Società alla
quale aveva dato
vita e, a partire
dal numero di Marzo
1926, la
pubblicazione
riportava
effettivamente nel
sottotitolo:
«Rivista universale
del Sacro Cuore ed
organo della Società
dell’Irraggiamento
intellettuale del
Sacro Cuore».
D’altra parte, certe
reazioni
cominciavano a
manifestarsi andando
ad interessare, fra
l’altro,
curiosamente,
l’oggetto stesso
della rivista e
dell’Associazione,
più precisamente
andando contro
l’idea d’una
Rivelazione del
Sacro Cuore. I
diversi
collaboratori
dovettero allora
giustificare, in
modi differenti, ma
instancabilmente, il
loro scopo ed il
loro programma [6].
Per quanto riguarda
René Guénon che, nei
suoi studi, citava
spesso i dati delle
altre forme
tradizionali
d’Occidente e
d’Oriente e
principalmente
dell’Induismo, la
sua posizione
appariva, il che è
facile da
comprendere nelle
sue condizioni, come
la più critica. E
ciò d’altronde
spiega il fatto,
nonostante tutto
sorprendente, che
egli non faceva mai
riferimento alle sue
opere dedicate alle
dottrine indù [7]
nonostante che, in
modo generale, è in
queste dottrine che
il suo insegnamento
aveva soprattutto il
suo punto d’appoggio
[8]. Essendo allora
portato a spiegare
egli stesso il suo
metodo, lo fece nei
seguenti termini, in
un post-scriptum
al suo articolo del
Febbraio 1927 (A
propos du Poisson
che citiamo qui in
extenso,
visto il suo
interesse, anche da
altri punti di
vista, e tanto più
che questo testo
difficilmente
troverebbe altrove
un luogo appropriato
[9]: «Qualcuno forse
si meraviglierà, sia
a proposito delle
considerazioni che
abbiamo appena
esposte, sia a
proposito di quelle
che abbiamo già
espresso in altri
articoli o che
faremo in seguito,
del posto
preponderante (per
quanto assolutamente
non esclusivo, sia
ben chiaro) che noi
riserviamo, fra le
differenti
tradizioni antiche,
a quella dell’India;
e questa meraviglia,
in definitiva,
sarebbe assai
comprensibile, data
la completa
ignoranza che si
riscontra
generalmente, nel
mondo occidentale,
nei confronti
dell’autentico
significato delle
dottrine in
questione. Potremmo
limitarci a far
osservare che,
avendo avuto
l’occasione di
studiare più
particolarmente le
dottrine indù,
possiamo
legittimamente
prenderle come
termine di paragone;
crediamo però sia
preferibile
dichiarare
chiaramente che vi
sono, in ciò, altre
ragioni più profonde
e d’una portata del
tutto generale. A
coloro che sarebbero
tentati di
dubitarne,
consiglieremmo
vivamente di leggere
l’interessantissimo
libro del Reverendo
Padre William
Wallace, della
Società di Gesù,
intitolato De l’Évangélisme
au Catholicisme par
la route des Indes
(traduzione francese
di Padre Humblet,
anch’egli della
Società di Gesù;
libreria Albert
Dewit, Bruxelles,
1921), che
costituisce a questo
riguardo una
testimonianza di
grande valore. È
un’autobiografia
dell’autore, il
quale, essendosi
recato in India come
missionario
anglicano, fu
convertito al
cattolicesimo dallo
studio diretto delle
dottrine indù; e,
nelle considerazioni
che ne fornisce, dà
prova d’una
comprensione di tali
dottrine che, senza
assolutamente essere
completa su tutti i
punti, va
incomparabilmente
più lontano di tutto
quel che abbiamo
trovato in altre
opere occidentali,
ivi comprese quelle
degli ‘specialisti’.
Ebbene, Padre
Wallace dichiara
formalmente, fra le
altre cose, che “il
Sanâtana Dharma
dei saggi indù (il
che si potrebbe
rendere molto
esattamente con
Lex perennis,
definendo il fondo
immutabile della
dottrina) procede
esattamente dal
medesimo principio
della religione
cristiana”, che
“l’uno e l’altro
hanno in vista lo
stesso scopo ed
offrono gli stessi
mezzi essenziali per
ottenerlo” (pag. 218
della traduzione
francese), che “Gesù
Cristo appare
evidentemente essere
tanto il Consumatore
del Sanâtana
Dharma degli
Indù, questo
sacrificio ai piedi
del Supremo, quanto
il Consumatore della
religione tipica e
profetica degli
Ebrei e della Legge
di Mosè [10]” (pag.
217) e che la
dottrina indù è “il
pedagogo naturale
che conduce a
Cristo” (pag. 142).
Questo non
giustifica
ampiamente
l’importanza che
attribuiamo qui a
questa tradizione,
la cui profonda
armonia con il
cristianesimo non
potrebbe sfuggire a
chiunque la studi,
come ha fatto il
Padre Wallace, senza
idee preconcette? Ci
riterremmo felici se
riuscissimo a far
sentire un po'
quest’armonia sui
punti che abbiamo
avuto occasione di
trattare, ed a far
comprendere allo
stesso tempo che la
ragione di ciò deve
essere ricercata nel
legame molto diretto
che unisce la
dottrina indù alla
grande Tradizione
primordiale».
Comunque, i lavori
sul simbolo del
Sacro Cuore, che era
il tema proprio
della rivista,
interessavano la
questione del
simbolismo cristiano
ed universale. Padre
Anizan faceva
un’inchiesta molto
approfondita,
specialmente nei
testi del Dottore
per eccellenza della
Chiesa, San Tommaso
d’Aquino, onde
mostrare la ragione
e l’importanza degli
studi del simbolismo
sacro e di
puntellarvi
dottrinalmente
l’attività di
Regnabit e della
«Società
dell’Irraggiamento
intellettuale del
Sacro Cuore». Egli
stimava anche
opportuno
legittimare i lavori
dei suoi
collaboratori più
minacciati; alla
conclusione di uno
dei suoi studi, nel
Marzo 1927,
scriveva: «La natura
stessa della
rivelazione del
Sacro Cuore e
l’esempio di San
Tommaso d’Aquino
danno ragione ai
nostri studi - che
portano lontano -
sul simbolismo. Alla
luce dei simboli
primitivi, il Sig.
René Guénon ci fa
seguire il filo
delle verità
tradizionali che ci
collegano nella loro
origine al Verbo
rivelatore e, nel
loro termine, al
Verbo incarnato
consumatore.
Gioielliere del
simbolismo del
Cristo, il Sig.
Louis
Charbonneau-Lassay
dà ai diamanti che
taglia riflessi tali
che i nostri occhi
non potranno più
guardare gli esseri
che ci circondano
senza percepire in
essi la chiarezza
del Verbo. Perché i
loro sforzi?
Semplice gioco
d’alte intelligenze?
Nient’affatto.
Piuttosto, prima di
tutto bisogno di far
irradiare, in una
bellissima forma,
insegnamenti
magnifici (nel senso
preciso di far della
grandezza, magnum
facere); e poi,
desiderio di
riabituare un po' il
pensiero umano alle
luci benefiche del
simbolismo, onde
meglio adattare le
anime a questa
manifestazione del
Sacro Cuore che è il
simbolico ricordo
dell’Amore vivente,
sintesi di tutte le
verità.»
Cionondimeno, René
Guénon fu presto
costretto a cessare
la sua
collaborazione, cosa
che spiegherà più
tardi indicando la
causa nell’«ostilità
di certi ambienti
neo-scolastici»
[11]. Il suo ultimo
articolo, avente per
oggetto il Centre
du Monde dans les
traditions
extrême-orientales,
risale al Maggio
1927 [12]. Comunque,
diciannove suoi
testi erano stati
pubblicati su
Regnabit, e di
essi diamo la lista
in ordine
cronologico
nell’Annesso I del
presente volume.
Inoltre, altri due
articoli redatti per
la stessa
pubblicazione
restarono a lungo
inediti e non videro
la luce che oltre
una ventina d’anni
più tardi (e tutto
sommato nella loro
forma iniziale,
com’è stato indicato
dall’autore) su
Études
Traditionnelles,
numeri di
Gennaio-Febbraio
1949 (Le grain de
sénevé) e di
Marzo-Aprile dello
stesso anno (L’Éther
dans le coeur)
donde li abbiamo
estratti per farne,
rispettivamente, i
capitoli LXXIII e
LXXIV. Di questi
articoli, che in
definitiva trattano
tutti dei simboli e
della questione del
simbolismo
tradizionale, alcuni
furono ripresi
dall’autore in
merito al loro tema
o anche nel loro
stesso testo in una
prospettiva
svincolata dalle
contingenze
originarie, ed
incorporati, in modi
diversi, in opere
assai varie in
quanto a soggetto, e
soprattutto in Le
Roi du Monde
(1927), in Le
Symbolisme de la
Croix (1931) e
in Aperçus sur l’Initiation
(1946). Altri furono
riscritti come
articoli e
pubblicati, il più
delle volte con dei
titoli nuovi, su
Le Voile d’Isis -
Études
Traditionnelles,
donde li traiamo qui
nella loro nuova
forma. È così che,
alla morte di René
Guénon, solo alcuni
degli studi scritti
per Regnabit
conservavano ancora
un interesse proprio
e potevano essere
inclusi nella loro
forma iniziale in
una raccolta
d’insieme sul
simbolismo. Fra
questi testi stessi,
tuttavia, alcuni
erano stati
modificati in
occasione di
parziali riprese,
varie come forma e
come importanza,
fatte nel corso di
studi - libri od
articoli - aventi
altri soggetti; e se
abbiamo deciso di
riprodurli qui quasi
integralmente, è per
delle ragioni che
non sembrano
trascurabili.
Tanto per
cominciare, se le
parti rimaste
intatte fossero
state avulse dal
loro contesto e
pubblicate
separatamente
avrebbero perso del
loro interesse;
d’altra parte, i
loro temi ed i loro
riferimenti sono
spesso sviluppati
all’interno di
esposizioni che
conferiscono loro un
certo valore
circostanziale
supplementare, in
ragione di quella
prospettiva
specialmente
cristiana che
abbiamo menzionato.
Infine, nella
composizione d’una
raccolta nella quale
cerchiamo
d’organizzare
materie delle quali
non possiamo
disporre con la
libertà dell’autore,
ci è parso essere
preferibile
corroborare la
configurazione
dell’insieme con
tutti i testi che,
non realmente
esauriti quanto alla
loro sostanza,
proprio qui potevano
far meglio risaltare
tanto i punti
caratteristici che
vi sono trattati o
abbordati quanto
l’ampiezza dei
lavori di René
Guénon sul dominio
dei simboli.
Tuttavia per questi
come per gli altri
testi abbiamo
riorganizzato e
completato i
riferimenti tenendo
conto sia del luogo
assegnato a ciascuno
d’essi all’interno
del presente volume,
sia della sua
collocazione in
rapporto al resto
dell’opera. Inoltre,
della materia degli
articoli
praticamente
esauriti dalle
ulteriori riprese,
abbiamo potuto
raccogliere qualche
passaggio il cui
interesse non è
andato perso, ed
abbiamo provveduto
ad inserirli in
delle note poste in
corrispondenza di
brani appropriati.
Si troverà
d’altronde nell’Annesso
I di questo
volume il dettaglio
completo di questo
reimpiego, qui ed
altrove, ad opera
dell’autore o
nostra, di tutta la
serie dei testi
provenienti da
Regnabit. Qui,
diremo soltanto che,
dell’insieme di
questi diciannove
testi, ne abbiamo
potuto riprendere
infine sei quasi
nella loro interezza
[13]. A questo
gruppo, si possono
aggiungere i due
articoli succitati,
destinati
originariamente a
Regnabit, ma che
non videro la luce
che su Études
Traditionnelles.
Gli altri studi
riuniti in questo
volume - tranne
Sayfu-l-Islâm
che apparve nei
Cahiers du Sud -
furono tutti
pubblicati su Le
Voile d’Isis -
Études
Traditionnelles,
nel corso d’una
lunga collaborazione
la quale, sporadica
all’inizio, divenne
a partire dal 1929
regolare e d’una
grande ampiezza e
varietà (esposizioni
dottrinarie, studi
sul simbolismo e
sulla storia
tradizionale,
recensioni di libri
e riviste), e durò
fino alla morte
dell’autore il che,
tenuto conto
dell’interruzione
causata dagli anni
della guerra,
corrisponde a quasi
vent’anni di
effettiva
pubblicazione [14].
Si troverà la lista
di questi studi
nell’Annesso I
del presente volume.
Le Voile d’Isis,
che all’inizio di
questa
collaborazione si
qualificava «rivista
mensile di Alta
Scienza» e si dava
quale scopo «lo
studio della
Tradizione e dei
diversi movimenti
dello spiritualismo
antico e moderno»,
si trasformò
progressivamente,
sotto l’influenza di
René Guénon e, a
partire dal 1932, si
presentò nel suo
programma come «la
sola rivista di
lingua francese
avente per oggetto
lo studio delle
dottrine
tradizionali tanto
orientali quanto
occidentali, nonché
delle scienze che ad
esse si collegano»;
lo stesso testo
aggiungeva che «il
suo programma
abbracciava quindi
le diverse forme che
ha rivestito nel
corso dei tempi quel
ch’è s’è chiamato
giustamente LA
TRADIZIONE PERPETUA
ED UNANIME, rivelata
tanto dai dogmi e
dai riti delle
religioni ortodosse
quanto dalla lingua
universale dei
simboli iniziatici»
[15].
Nel quadro di Le
Voile d’Isis,
dopo un certo
periodo
d’adattamento, René
Guénon poteva quindi
esporre liberamente
le sue tesi
sull’universalità
tradizionale, fare
sempre più
riferimento alle
dottrine orientali,
far affiorare, e
durante un certo
periodo perfino con
qualche insistenza,
i segni della sua
integrazione
personale all’Islâm,
e trattare tutti i
soggetti d’interesse
tradizionale ed
intellettuale con i
mezzi che utilizzava
nei suoi libri.
Allorché si constata
che il simbolismo
iniziatico appare
nel programma stesso
di questa
pubblicazione, si
può dire che il
lavoro di Guénon in
materia di
simbolismo aveva
trovato una terra
d’elezione. C’è da
credere, d’altro
canto, che il fatto
di dover pubblicare
regolarmente (sino a
raggiungere una
periodicità mensile)
delle recensioni di
libri e di riviste
comportanti qualche
dato tradizionale e,
per di più, redigere
dei brevi testi di
cinque-sei pagine,
favoriva
particolarmente le
osservazioni
succinte sui simboli
in quanto soggetti
distinti, e questo
nella misura di
un’analisi adatta ad
una documentazione
periodica. L’aspetto
documentario e
financo
intellettualmente
pittoresco che
presentavano i temi
trattati in tal modo
assicurava del resto
agli scritti di
Guénon su questo
dominio,
un’accoglienza assai
più attenta e più
ampia di quella
ottenuta dalle sue
esposizioni di pura
dottrina o dalle sue
considerazioni sui
fatti tradizionali
in generale. Il
carattere di scienza
esatta che emana
normalmente dagli
scritti di Guénon,
vi si affermava in
un modo ben più
evidente: poggiando
su qualcosa di
sensibile, le
definizioni sono più
evidenti, le
dimostrazioni più
controllabili, le
conclusioni più
rigorose. E
nonostante ciò,
l’incomparabile arte
intellettuale dello
stile guénoniano
assicurava più
particolarmente, in
questi testi, la
presenza discreta di
quell’elemento
indefinibile di
mistero, di maestà
profonda delle
realtà, di bellezza
ineffabile dei
significati e di
perfezione
indubitabile delle
finalità che è
propria dei dati
della scienza vera,
quella che egli
stesso ha enunciato
e designato
giustamente, a
proposito degli
studi di simbolismo,
quale «scienza
sacra» [16]. Per
questo gruppo di
testi, si rileverà
un punto il cui
significato non è da
trascurarsi. Nei
riferimenti
bibliografici e
dottrinali
dell’autore dopo il
1936, un nome
ricorre spesso:
quello del dottor
Coomaraswamy,
sapiente
orientalista e allo
stesso tempo
eccellente
conoscitore delle
tradizioni
occidentali, sul cui
spirito l’opera
dottrinaria di
Guénon aveva
esercitato
un’influenza delle
più felici [17]. Si
potrebbe dire che,
per quel che
concerne gli studi
di simbolismo,
questione di cui ci
occupiamo qui, fra i
contemporanei della
generazione di
Guénon propriamente
detta, ed in uno
sforzo congiunto con
il suo, Coomaraswamy
doveva svolgere,
nell’ambito
dell’induismo e più
generalmente
dell’Oriente, quello
che fu il lavoro di
Louis
Charbonneau-Lassay
nell’ambito del
cristianesimo. La
presentazione in
volume di questi
testi che trattano
soggetti assai vari
e d’epoche
differenti, esigeva
un’idea
organizzatrice
dell’insieme, ed era
naturalmente
auspicabile aderire
il più possibile a
quelli che erano i
progetti di René
Guénon stesso in
questa materia. Da
questo punto di
vista, alcune
indicazioni di fondo
risultano dal
concatenamento
logico, nonché dalla
continuità di
redazione, esistenti
fra alcuni di questi
studi i quali, per
questo motivo, si
presentano talvolta
in piccole serie
ordinate
cronologicamente.
Per di più, si può
trovare anche, per
mano dell’autore,
l’enunciazione di
qualche progetto di
studio in rapporto
con i testi già
esistenti. È il
caso, ad esempio,
della menzione fatta
all’inizio d’uno dei
suoi articoli più
vecchi, Quelques
aspects du
symbolisme de Janus
(Le Voile d’Isis,
Luglio 1929; vedere,
qui, cap. XVIII),
della sua intenzione
di scrivere, «un
giorno o l’altro»,
«tutto un volume» su
Giano. Ed infatti,
si può constatare
che un numero
piuttosto rilevante
dei suoi articoli
s’inscrive, in
seguito, nella
prospettiva d’un
lavoro su di un tale
tema generale; è poi
notevole, a questo
proposito, la serie
continua che tratta
della Montagna e
della Caverna,
nonché di qualche
altro simbolo
analogo, la quale,
trasponendosi
regolarmente
nell’ordine
macrocosmico coi
riferimenti alla
Caverna cosmica,
sfocia nel
simbolismo
solstiziale di Giano
e nelle sue
corrispondenze con i
due San Giovanni.
D’altra parte, lo
stesso gruppo di
studi può esser
messo facilmente in
rapporto con gli
articoli relativi al
simbolismo
costruttivo, che
compaiono in alcune
serie piuttosto
omogenee e
proseguono
logicamente nel
simbolismo assiale e
di passaggio. In
questa prospettiva
originaria, l’ordine
degli studi
comprende più o meno
direttamente la
maggior parte dei
testi esistenti e,
per reazione,
determinerà la
posizione che deve
esser assegnata al
materiale restante
nel quadro d’uno
stesso sommario.
È così che si
situeranno
necessariamente
all’inizio della
raccolta gli
articoli che
contengono delle
esposizioni
sostanziali di
dottrina simbolica
generale, anche se
queste si trovano
all’interno di studi
su simbolismi
determinati, come ad
esempio quello sul
Graal, o quello
sulla scrittura
sacra. Un certo
numero di altri
articoli d’epoche
assai diverse può,
allora, organizzarsi
benissimo attorno
all’idea del Centro
e della geografia
sacra, di cui Guénon
ha del resto spesso
trattato, sotto
qualche rapporto ed
in qualche misura,
nei suoi stessi
libri [18], poiché
tali nozioni sono
simbolicamente
legate ai temi del
Centro supremo e
della Tradizione
primordiale, che
dominano l’ordine
tradizionale totale.
Il gruppo cui fanno
parte quegli
articoli, a causa
del carattere assai
generale del loro
simbolismo, può
convenientemente
esser posto dopo
quello degli
articoli ‘di testa’
e, d’altronde,
introdurre in
qualche modo il
gruppo meno unitario
degli studi aventi
per oggetto la
manifestazione
ciclica, il quale a
sua volta dovrà
situarsi, come il
gruppo di articoli
riguardante le armi
simboliche, prima
delle serie
riguardanti i
simbolismi
cosmologico,
costruttivo ed
assiale, che abbiamo
già citato come
formanti l’ossatura
dell’insieme. Per
contro, gli articoli
che trattano
specialmente del
simbolismo del cuore
e che appaiono come
il risultato logico
d’una trasposizione
nell’ordine
microcosmico ed
iniziatico di tutti
gli studi di
simbolismo
geografico,
macrocosmico e
costruttivo,
dovranno prender
posto alla fine del
sommario, e dunque
seguire gli articoli
sul simbolismo
assiale e di
passaggio. In
dettaglio, i
riferimenti che
rimandano i testi
gli uni agli altri
potranno talvolta
disturbarne la
successione lineare
per materia ed
imporre qualche
intercalazione
eterogenea; in ogni
caso però
l’autonomia relativa
che assicura a
questi studi il
fatto d’essere
ognuno consacrato ad
un tema o ad un
aspetto determinato
d’un tema simbolico,
non disturba mai il
passaggio da un
capitolo all’altro.
Il solo
inconveniente, da
questo punto di
vista, può venire
dal fatto che
l’autore ha qualche
volta preannunciato
o previsto un
seguito che non è
mai giunto: in tal
caso, abbiamo ogni
volta inserito una
precisazione per
fare il punto della
situazione in
oggetto. Così ci
siamo comportati in
linea generale per
riuscire ad ordinare
e quindi organizzare
tutto il materiale
secondo un sommario
malgrado tutto
coerente e
conclusivo. È certo
che il volume
(costituito secondo
questa formula o
secondo qualsiasi
altra che si sarebbe
potuto trovare
vantaggiosa) non può
mancare di dare la
sensazione che si
tratta sempre d’una
raccolta
improvvisata e più o
meno fittizia.
L’autore aveva
certamente qui
materia prima
testuale per almeno
due opere sul
simbolismo e, per
tracciarne
perfettamente i
contorni ed esaurire
i soggetti
circoscritti,
avrebbe dovuto
scrivere un certo
numero di capitoli
nuovi e passaggi
complementari, così
da colmare le lacune
e collegare in modo
normale i differenti
gruppi di articoli
e, all’interno dei
gruppi, i testi
costitutivi. Avrebbe
anche lasciato fuori
un certo numero di
pagine che, pur
aggiungendo qualche
passaggio «inedito»
in rapporto ai suoi
libri, ricordano
troppo da vicino un
certo numero di
altre. Noi stessi, a
rigore, avremmo
potuto scegliere in
tutto questo
materiale ed
organizzare a parte
quegli studi che
vertono su uno o due
temi più generali e
che non fanno
affatto il doppio
con gli altri testi
incorporati nei
libri costituiti
dall’autore; ciò
però avrebbe
condannato ad una
diversità del tutto
inorganica e ad un
legame troppo debole
il resto dei testi,
la cui edizione
sarebbe divenuta
assai difficoltosa.
Del resto, il
vantaggio d’un tale
raggruppamento ‘a
parte’ non è
precluso al
ricercatore neppure
nella presentazione
attuale, dato che i
gruppi di articoli
uniti in modo più o
meno necessario vi
figurano in maniera
chiaramente
distinta. In
compenso, la
pubblicazione in una
raccolta unica di
tutti gli articoli
sul simbolismo che
ci ha lasciato
Guénon offre in un
colpo solo la
totalità d’un tesoro
intellettuale
d’un’eccezionale
ricchezza, e di cui
nessun elemento è
indifferente.
Inoltre, i temi
simbolici che
dominano
quest’insieme, come
i soggetti
particolari che
abbondano nel testo
principale o nelle
note, assumono
dimensioni nuove
nell’ordine dei
significati, poiché
il quadro generale
entro il quale essi
hanno trovato posto
fa entrare, in
qualche modo, i
simboli menzionati
in rapporti
reciproci e nuovi,
che possono essere
rivelatori d’aspetti
e di funzioni non
ancora espressi; i
rinvii, annotati
dall’autore o
aggiunti da noi
stessi, non sono che
un debole indizio
delle possibilità
esistenti in questa
direzione.
L’interesse e
l’attenzione del
lettore saranno
spesso ricompensati
da qualche
costatazione
inattesa, o da
qualche accezione
nuova che risulterà
nel corso di
accostamenti di dati
distinti, oppure di
trasposizioni che
sarà egli stesso ad
effettuare. Si
verificheranno
anche, nel lettore,
delle cose
paragonabili a
quelle che si sono
verificate
correntemente
nell’autore, cioè
che un qualsiasi
dato simbolico,
inizialmente
secondario, si
troverà
improvvisamente
chiarito da una
nuova luce, liberato
ed innalzato, di
modo da poter
finalmente
raggiungere i
significati più
elevati. È questo il
motivo per cui il
titolo sotto il
quale abbiamo
iscritto l’insieme
di questi lavori sul
simbolismo si trova
ad essere, si
potrebbe dire,
doppiamente
giustificato: prima
di tutto a causa
dell’importanza
dottrinaria ed
istituzionale della
maggior parte dei
simboli studiati in
base alla scelta
tematica
dell’autore; e poi,
a causa
dell’universalizzazione
indefinita offerta
anche a dei simboli
di minore importanza
pratica, che in tal
modo possono godere,
per via della
tecnica delle
analogie e delle
trasposizioni, del
grado di significato
dei simboli
fondamentali.
Dobbiamo, ora,
fornire qualche
precisazione in più
quanto alla forma
esatta nella quale
appaiono qui gli
articoli raccolti.
Per avvicinare il
più possibile la
forma a quella dei
capitoli di un
libro, abbiamo
dovuto procedere
alla sistemazione di
certe frasi,
soprattutto
all’inizio od alla
fine degli articoli,
allorché recavano
oramai inutilmente
traccia delle loro
contingenze
iniziali.
Ciononostante,
abbiamo assicurato
al lettore la
possibilità di
riconoscere in ogni
momento, anche senza
bisogno di andare a
ricercare le
indicazioni
bibliografiche degli
annessi e
dell’indice,
l’origine del testo
che legge: la prima
nota a piè di pagina
di ogni capitolo
indica il nome della
rivista e la data di
pubblicazione.
D’altra parte, al
fine di rafforzare
la coesione fra i
testi riuniti e per
renderli più
solidali con
l’insieme dell’opera
dell’autore, abbiamo
posto, in delle
nuove note, i
riferimenti che ci
sono parsi più
utili. Le edizioni
delle opere di
Guénon essendosi
moltiplicate e le
impaginazioni
variando con le
edizioni, abbiamo
uniformato, nella
misura del
possibile, i rinvii,
ristabilendoli in
rapporto ai soli
capitoli delle opere
citate, senza
menzione della
pagina. (Tutte le
note o i passaggi di
note aggiunte da noi
si trovano inclusi
fra parentesi quadre
[...]).
________________________________________
[1] - Ricordiamo che
René Guénon nacque a
Blois il 15 Novembre
1886 e morì al Cairo
il 7 Gennaio 1951.
[2] - Louis
Charbonneau-Lassay,
nato nel 1871 a
Loudun (Vienne), ove
morì il 26 Dicembre
1946, poté riunire e
far apparire in
volume nel 1940,
ancora vivente, una
parte dei suoi
lavori ne Le
Bestiaire du Christ
(Desclée de Brouwer);
questa prima opera
doveva essere
seguita da un
Vulnéraire, da
un Floraire e
da un Lapidaire
du Christ. Non
si sa quando, né a
cura di chi, tutti
questi tesori
accumulati con un
immenso lavoro e con
la più pura delle
passioni verranno
alla luce.
[3] - Vedi la nota
iniziale del cap.
LXXIII: Le grain
de sénevé. Del
resto, in uno dei
suoi primi articoli
di Regnabit (A
propos de quelques
symboles
hermético-religieux,
Dic. 1925, pag. 27),
René Guénon
concludeva così, a
proposito di certi
accostamenti che
aveva fatto fra
simboli cristiani e
simboli di altre
forme tradizionali:
«Speriamo almeno,
segnalando tutti
questi accostamenti,
di esser riusciti a
far percepire in una
certa misura
l’intrinseca
identità di tutte le
tradizioni, prova
manifesta della loro
unità originaria,
così come la
perfetta conformità
del cristianesimo
con la tradizione
primordiale della
quale si trovano
ovunque sparse
vestigia».
[4] - Introducendo
il primo articolo di
René Guénon, Padre
Anizan già lo
presentava nei
seguenti termini:
«Quella dei vecchi
miti che hanno
costituito la prima
educazione
dell’umanità è una
‘produzione di
fronde’ altrettanto
affascinante quanto
fitta». «Bei
soggetti della
tradizione primitiva
o belle gemme
autonome dello
spirito umano,
queste leggende non
esprimono esse
forse, a modo loro,
i tratti del Cristo
che il primo uomo
dovette annunciare
ai suoi figli e che
tutte le anime
istintivamente
attendono?». «Il
Sig. René Guénon
vede nel Graal - la
misteriosa coppa
d’uno dei nostri
romanzi mistici -
una figura del Cuore
amante che il
Signore diede un
giorno a Santa
Mectilde col simbolo
d’una coppa d’oro
dalla quale tutti i
santi dovevano bere
la bevanda di vita»
(Le Livre de la
grâce spéciale,
1a parte, cap. XXII,
n° 41)». «Possano
tutti i vecchi miti
farci bere alla
dottrina
tradizionale ove gli
amici di Regnabit
vorranno ritrovare
una
pre-manifestazione
del Cuore di Gesù».
[5] - Segnalando
certe insufficienze
nei lavori degli
storici
contemporanei della
devozione al Sacro
Cuore, Louis
Charbonneau-Lassay
diceva, dal canto
suo: «Nell’ultimo
fascicolo di
Regnabit, il
Sig. René Guénon ci
ha parlato, con la
sua incontestabile
autorità, di
quell’ermetismo
cristiano di cui
sarebbe puerile
contestare
l’esistenza ed il
ruolo importante nel
Medio Evo» (A
propos de deux
livres récents,
numero di Nov.
1925).
[6] - Non è nostra
intenzione, qui,
fare la storia di
tutto il dibattito,
né il processo alle
diverse posizioni,
ma soltanto evocare
le circostanze nelle
quali René Guénon
ebbe a formulare
allora i suoi studi
sul simbolismo
cristiano. Tuttavia,
per quanto riguarda
la questione
sollevata dall’idea
stessa della
Rivelazione del
Sacro-Cuore (che era
il tema di
Regnabit e che
non avrebbe dovuto
incontrare serie
difficoltà né dal
punto di vista
dell’ortodossia
tradizionale in
generale né dal
punto di vista
dell’ortodossia
cattolica romana in
particolare), si può
osservare, a titolo
illustrativo, che
un’altra
pubblicazione
cattolica, ad opera
d’un ecclesiastico
tomista, pose allora
tale questione nei
seguenti termini:
«Bisognerebbe che ci
si dicesse con
chiarezza quel che
s’intende per
Rivelazione del
Sacro-Cuore. È una
cosa nuova? È
qualcosa di
veramente distinta
dalla semplice
Rivelazione
cristiana? Se sì,
cos’è dunque che la
distingue? Se no,
ciò costituisce la
soppressione stessa
dell’oggetto o della
ragion d’essere
della rivista Le
Sacré-Coeur
(ossia di
Regnabit,
Rivista universale
del Sacro-Cuore)».
Ciò costituiva un
cattivo presagio per
il futuro della
rivista.
[7] - Dei suoi
libri, egli non
ricordò che L’Ésotérisme
de Dante, una
volta (nell’articolo
La Terre sainte
et le Coeur du Monde,
Sett.-Ott. 1926) e
Le Théosophisme,
histoire d’une
pseudo-religion,
anch’esso una volta
(nell’articolo
Une contre-façon du
catholicisme,
Aprile 1927).
[8] - Quanto
all’importanza data
da egli stesso allo
studio delle
dottrine indù,
vedere soprattutto
Orient et
Occident, cap.
IV (pagg. 204-213
dell’edizione del
1948).
[9] - L’articolo in
questione è stato
oggetto d’una
seconda redazione
che fu pubblicata
con il titolo:
Quelques aspects du
symbolisme du
poisson su
Études
Traditionnelles
del Febbraio 1936 e
nel quale non figura
più questo
post-scriptum; ora,
è in questa nuova
forma che abbiamo
preso questo studio
nella presente
raccolta, cap. XXII.
[10] - Il termine
‘Consumatore’
riferito a Gesù è
tratto dalla Lettera
di San Paolo agli
Ebrei (XII, 2):
“…levando lo sguardo
all’autore e
consumatore della
fede, Gesù” (n.d.T.).
[11] - Vedere la
nota iniziale del
cap. LXXIII, Le
grain de sénevé.
[12] - La rivista
Regnabit cessò
essa stessa le
pubblicazioni nel
1929 (l’ultimo
numero è di Maggio).
Poco dopo Louis
Charbonneau-Lassay
diresse una nuova
rivista, Le
rayonnement
intellectuel,
che uscì dal 1930 al
1939, ma alla quale
René Guénon non
collaborò; ne
faceva, tuttavia,
delle recensioni
nelle sue rubriche
mensili su Voile
d’Isis - Études
Traditionnelles
ove da parte sua
proseguiva,
all’epoca, i suoi
lavori sul dominio
del simbolismo.
[13] - L’articolo
Le Sacré Coeur et la
légende du Saint
Graal (Regnabit,
Agosto-Settembre
1925), che fa parte
di quei sei testi
ripresi, nonché due
altri articoli di
simbolismo, Le
Saint-Graal (Le
Voile d’Isis,
Febbraio e Marzo
1934) e Les
Gardiens de la Terre
sainte (ibidem,
Agosto-Settembre
1929), che figurano
ugualmente nella
presente raccolta,
sono già stati
inclusi in una
raccolta postuma di
carattere
provvisorio,
intitolata
Aperçus sur l’ésotérisme
chrétien (Les
Éditions
Traditionnelles,
Parigi, 1954), che
era stata
autorizzata per una
sola edizione e la
cui materia sarà ora
ripartita in delle
raccolte in forma
definitiva...
[14] - Su questo
punto, si possono
trovare delle
precisazioni
bibliografiche nel
libro del Sig. P.
Chacornac La Vie
simple de René
Guénon (Les
Éditions
Traditionnelles,
Parigi, 1958).
[15] - Con il suo
ultimo nome
Études
Traditionnelles,
tale rivista
continua ad uscire
ancor oggi.
[16] - Vedere: Le
Symbolisme de la
Croix,
Prefazione.
[17] - Il dottor
Ananda Kentish
Coomaraswamy nasce a
Colombo il 22 Agosto
1877, e muore a
Boston il 22
Settembre 1947.
Responsabile del
Dipartimento dell’Islâm
e del Medio Oriente
al Museum of Fine
Arts di Boston,
è autore soprattutto
di numerosi lavori
sull’arte indù e sui
miti vedici e
buddisti. Per la sua
biografia in
francese, vedere la
Prefazione al suo
libro: Hindouisme
et Bouddhisme
(Coll. Tradition,
Gallimard).
[18] - Vedi
soprattutto Le
Roi du Monde
(1927), Le
Symbolisme de la
Croix (1931) e
La Grande Triade
(1946).
INDICE GENERALE – 1.
Il simbolismo tradizionale e alcune sue applicazioni
generali - 2. Simboli del centro e del mondo - 3. Simboli
della manifestazione ciclica - 4. Alcune armi simboliche
-
5. Simbolismo della forma cosmica - 6. Simbolismo
costruttivo - 7. Simbolismo assiale e simbolismo del
passaggio - 8. Simbolismo del cuore.