Gli
argomenti che abbiamo trattato nel corso di questo
studio descrivono in generale quelli che, secondo
l’espressione evangelica, si possono chiamare i «segni
dei tempi», cioè in definitiva i segni precursori della
«fine di un mondo» o di un ciclo; questa appare come la
«fine del mondo», senza restrizioni né specificazioni di
sorta, solo per coloro che non vedono niente oltre i
limiti di questo ciclo stesso [...] data l’esistenza di
cicli di durata assai diversa contenuti in certo qual
modo gli uni negli altri, è un fatto che possono esserci
diverse «fini del mondo», e che la stessa nozione può
sempre essere analogicamente applicata a tutti i gradi
ed a tutti i livelli [...] quella da noi presa in esame
qui è incontestabilmente di maggior portata di molte
altre, poiché rappresenta la fine di un intero Manvantara, cioè dell’esistenza temporale di quella che
si può propriamente chiamare un’umanità: ciò non
significa che si tratti della fine dello stesso mondo
terrestre, poiché, in virtù del «raddrizzamento» che
interviene all’ultimo istante, questa fine diverrà
immediatamente l’inizio di un altro Manvantara.
René Guénon: Il Regno della Quantità e i Segni dei
Tempi Adelphi Edizioni, Milano 2009, 270 pagg.,
(in distribuzione) - €
22,00 - ISBN 9788845904790
Introduzione dell'autore
Da quando scrivemmo La crise du monde moderne
[Paris, 1927] gli avvenimenti non hanno fatto che
confermare in pieno e fin troppo rapidamente tutti i
punti di vista che allora avevamo esposto a questo
proposito, benché ne avessimo parlato astraendoci da
ogni preoccupazione di "attualità" immediata, come pure
da qualsiasi intenzione di "critica" vana e sterile. è
ovvio, in effetti, che considerazioni di questo genere
sono valide per noi solo in quanto rappresentano
un'applicazione dei principi a circostanze particolari;
e facciamo notare per inciso che, se in generale coloro
i quali hanno dato il giudizio più corretto sugli errori
e le insufficienze proprie della mentalità della nostra
epoca si sono limitati ad un atteggiamento del tutto
negativo — salvo a scostarsene per proporre rimedi
pressoché insignificanti e comunque incapace di arginare
il disordine crescente in tutti i campi —, ciò è dovuto
al loro disconoscimento dei principi veri,
disconoscimento non diverso da quello di chi, al
contrario, si ostina ad ammirare il preteso "progresso",
nonché ad illudersi sul suo inevitabile risultato. Del
resto, anche da un punto di vista del tutto
disinteressato e "teorico", non basta denunciare degli
errori e mettere in evidenza la loro realtà: questo può
essere utile ma quel che è veramente interessante ed
istruttivo è spiegarli, cioè ricercare come e perché si
sono verificati, in quanto tutto ciò che esiste in un
modo o nell'altro, ivi compreso l'errore, ha
necessariamente una sua ragion d'essere, per cui anche
il disordine deve alla fine trovare il suo posto tra gli
elementi dell'ordine universale. Pertanto, anche se il
mondo moderno in se stesso rappresenta una anomalia, o
meglio una specie di mostruosità, è altrettanto vero
che, situato nell'insieme del ciclo storico di cui fa
parte, esso corrisponde esattamente alle condizioni di
una certa fase di questo ciclo, quella cioè che la
tradizione indù definisce come il periodo estremo del
Kali Yuga: sono queste condizioni, derivanti
dall'andamento stesso della manifestazione ciclica, ad
averne determinato i caratteri specifici e, a questo
proposito, si può ben dire che l'epoca attuale non
poteva essere diversa da quella che effettivamente è.
Soltanto, è chiaro che per vedere il disordine come un
elemento dell'ordine, o per ricondurre l'errore ad un
aspetto parziale e deformato di qualche verità, bisogna
elevarsi al di sopra del livello delle contingenze al
cui dominio appartengono il disordine e l'errore come
tali; e parimenti, per cogliere il vero significato del
mondo moderno in conformità alle leggi che regolano lo
sviluppo della presente umanità terrestre, bisogna
essersi completamente liberati dalla mentalità che
specificamente lo caratterizza, e non esserne infirmati
ad alcun livello; ciò è tanto più evidente in quanto
tale mentalità, per forza di cose e in certo qual modo
per definizione, implica una totale ignoranza delle
leggi in questione, nonché di tutte le altre verità le
quali, derivando in modo più o meno diretto dai principi
trascendenti, sono parte essenziale di quella conoscenza
tradizionale di cui tutte le concezioni propriamente
moderne, consciamente o inconsciamente, non sono che la
negazione pura e semplice.
[...]
Già da tempo ci eravamo
proposti di dare a La crise du monde moderne
un seguito più rigorosamente "dottrinale", appunto
con lo scopo di mettere in luce alcuni aspetti di
tale spiegazione dell'epoca attuale secondo la
prospettiva tradizionale, prospettiva a cui sempre
ed esclusivamente intendiamo attenerci, in quanto,
per le ragioni su esposte, essa è, in questo caso,
la sola valevole o meglio l'unica possibile, poiché,
al di fuori di essa, una spiegazione del genere non
è nemmeno tentabile. Circostanze diverse ci hanno
costretto a rinviare fino a questo momento la
realizzazione di tale progetto, cosa di scarsa
importanza per chi abbia la certezza che tutto
succede necessariamente al momento adatto, e spesso
in modi imprevisti e completamente indipendenti dal
nostro volere. Contro questo genere di cose nulla
può la fretta febbrile che i nostri contemporanei
apportano a tutte le loro azioni; tale fretta, anzi,
non può che produrre agitazione e disordine, cioè
effetti del tutto negativi; del resto, si potrebbe
forse ancora definirli "moderni" se fossero in grado
di capire i vantaggi che si hanno a seguire le
indicazioni fornite da quelle circostanze, le quali,
ben lungi dall'essere "fortuite" come essi
immaginano nella loro ignoranza, sono invece
espressioni più o meno particolarizzate dell'ordine
generale, umano e cosmico ad un tempo, in cui,
volenti o nolenti, tutti dobbiamo integrarci? Fra i
tratti caratteristici della mentalità moderna, e
come argomento centrale del nostro studio,
prenderemo subito in esame la tendenza a ridurre
ogni cosa al solo punto di vista quantitativo,
tendenza talmente radicata nelle concezioni
"scientifiche" degli ultimi secoli, e reperibile
d'altronde altrettanto nettamente negli altri campi,
come ad esempio quello dell'organizzazione sociale,
da permettere quasi di definire la nostra epoca,
salvo una restrizione la cui natura e necessità
appariranno in seguito, essenzialmente e innanzi
tutto come il "regno della quantità". Se adottiamo
questa caratteristica a preferenza di qualsiasi
altra non è tanto o principalmente perché sia più
visibile o meno contestabile, ma perché ci appare
come veramente fondamentale, dato che tale riduzione
al quantitativo traduce rigorosamente le condizioni
della fase ciclica raggiunta dall'umanità nei tempi
moderni, e perché la tendenza in questione dopo
tutto conduce logicamente al punto d'arrivo di
quella "discesa" effettuantesi, a velocità sempre
più accelerata, dall'inizio alla fine di un
Manvantara, cioè nel corso di tutta la
manifestazione di una umanità come la nostra.
Tale "discesa", come
abbiamo già avuto occasione di affermare, non è
altro che il graduale allontanamento dal principio,
necessariamente inerente ad ogni processo di
manifestazione; in virtù delle condizioni speciali
di esistenza cui il nostro mondo deve sottostare, il
punto più basso riveste l'aspetto della quantità
pura priva di qualsiasi distinzione qualitativa; è
ovvio che si tratta esclusivamente di un limite, e
che quindi si può parlare solo di "tendenza", poiché
nello svolgimento del ciclo tale limite non può
assolutamente essere raggiunto, trovandosi in
qualche modo al di fuori e al di sotto di qualsiasi
esistenza realizzata o realizzabile. Orbene, al fine
di evitare equivoci, e per rendersi conto di ciò che
può dar luogo a certe illusioni, occorre fin
dall'inizio sottolineare che, in virtù della legge
di analogia, il punto più basso è come un riflesso
oscuro o un'immagine invertita del punto più alto;
ne deriva la conseguenza, paradossale solo in
apparenza, che l'assenza più completa di qualsiasi
principio implica una specie di "contraffazione" del
principio stesso, espressa da taluni in forma
teologica con l'affermazione: "Satana è la scimmia
di Dio". Questa osservazione può essere di grande
aiuto per capire alcuni dei più oscuri enigmi del
mondo moderno, enigmi non riconosciuti come tali
perché nemmeno avvertiti, quantunque insiti in esso,
e la cui negazione costituisce una condizione
indispensabile del mantenimento di quella specifica
mentalità che condiziona la sua esistenza. Se i
nostri contemporanei riuscissero, nel loro insieme,
a vedere che cosa li dirige, e verso che cosa
realmente tendono, il mondo moderno cesserebbe
immediatamente di esistere come tale, in quanto quel
"raddrizzamento", cui spesso abbiamo fatto
allusione, non mancherebbe di operarsi per questo
solo fatto; ma poiché tale "raddrizzamento"
presuppone che si sia giunti al punto d'arresto in
cui la "discesa" è interamente compiuta, e in cui
"la ruota cessa di girare" (almeno in quell'istante
che segna il passaggio da un ciclo ad un altro),
bisogna concludere che, fin quando questo punto non
sarà effettivamente raggiunto, queste cose non
potranno essere comprese dalla maggioranza della
gente, ma soltanto dall'esiguo numero di coloro che
saranno destinati, in una misura o in un'altra, a
preparare i germi del ciclo futuro. Non è nemmeno il
caso di dire che, per tutto quanto andiamo
esponendo, è sempre esclusivamente a questi ultimi
che abbiamo inteso rivolgerci, senza preoccuparci
dell'inevitabile incomprensione degli altri; è vero
che questi altri, ancora per un certo tempo, sono e
devono essere la stragrande maggioranza, ma è
appunto nel "regno della quantità" che l'opinione
della maggioranza può pretendere di esser presa in
considerazione. Comunque sia, vogliamo soprattutto,
per il momento e in primo luogo, applicare la
precedente osservazione ad un campo più ristretto di
quello già considerato; e ciò allo scopo, per
esempio, di impedire qualsiasi confusione tra il
punto di vista della scienza tradizionale e quello
della scienza profana, anche quando certe
somiglianze esterne sembrano prestarvisi.
Tali somiglianze, in
effetti, spesso non provengono che da corrispondenze
invertite, e mentre la scienza tradizionale prende
essenzialmente in considerazione il termine
superiore, accordando al termine inferiore soltanto
il valore relativo che gli è dato dalla sua
corrispondenza con quel termine superiore, la
scienza profana, al contrario, considera il solo
termine inferiore e, incapace com'è di oltrepassare
i confini del campo cui esso appartiene, ha la
pretesa di ridurre ad esso tutta la realtà. Così,
per dare un esempio che si riferisce direttamente al
nostro argomento, i numeri pitagorici, considerati
come i principi delle cose, non sono affatto i
numeri quali i moderni, matematici o fisici, li
intendono, non più di quanto l'immutabilità
principiale sia paragonabile all'immobilità di una
pietra, o l'unità vera all'uniformità di esseri
privi di ogni qualità propria; e ciò nonostante,
trattandosi di numeri in tutte e due i casi, i
fautori di una scienza esclusivamente quantitativa
non hanno mancato di annoverare i Pitagorici fra i
loro "precursori"! Aggiungeremo solo, per non
anticipare troppo sugli sviluppi che intendiamo dare
all'argomento, che questa — e già lo abbiamo detto
altrove — è una ulteriore dimostrazione di come le
scienze profane, di cui il mondo moderno è così
orgoglioso, altro non siano se non "residui"
degenerati di antiche scienze tradizionali, così
come la stessa quantità, a cui esse si sforzano di
tutto ricondurre, non è, nella loro visione delle
cose, se non il "residuo" di un'esistenza svuotata
di tutto ciò che costituiva la sua essenza; è così
che queste scienze, o pretese tali, lasciandosi
sfuggire, oppure eliminando di proposito tutto ciò
che veramente è essenziale, si rivelano in
definitiva incapaci di fornire la spiegazione reale
di qualsiasi cosa. Allo stesso modo che la scienza
tradizionale dei numeri è tutt'altra cosa
dall'aritmetica profana dei moderni, sia pure con
tutte le estensioni algebriche o d'altro genere di
cui è suscettibile, così esiste anche una "geometria
sacra" non meno profondamente diversa da quella
scienza "scolastica", che oggi si designa con lo
stesso nome di geometria. Non è il caso di insistere
oltre su queste cose, in quanto tutti coloro che
hanno letto le nostre opere precedenti sanno che in
esse, e specialmente nel Symbolisme de la Croix
[Paris, 1931],1 abbiamo esposto numerose
considerazioni derivate dalla geometria simbolica in
questione, ed hanno potuto rendersi conto fino a che
punto essa si presti alla rappresentazione di realtà
d'ordine superiore, almeno nella misura in cui
queste sono suscettibili di essere rappresentate in
modo sensibile; e in fondo, non è forse vero che le
forme geometriche sono necessariamente la base
stessa di qualsiasi simbolismo figurato o "grafico",
a cominciare dai caratteri alfabetici e numerici di
tutte le lingue fino a quello degli yantra
iniziatici in apparenza più complessi e più strani?
è
facile capire come tale simbolismo possa dar luogo
ad una molteplicità indefinita di applicazioni; ed è
però altrettanto evidente che una geometria del
genere, ben lungi dall'applicarsi soltanto alla pura
quantità, è al contrario essenzialmente
"qualitativa"; e lo stesso possiamo affermare della
vera scienza dei numeri, in quanto i numeri
principiali, se così possiamo chiamarli per
analogia, sono per così dire al polo opposto, in
rapporto al nostro mondo, a quello ove si situano i
numeri dell'aritmetica volgare, i soli conosciuti
dai moderni, i quali esclusivamente ad essi
rivolgono la loro attenzione, prendendo così l'ombra
per la realtà vera, allo stesso modo dei prigionieri
della caverna di Platone. In questo studio,
cercheremo di far vedere in modo ancor più completo,
e da un punto di vista più generale, quale sia la
vera natura delle scienze tradizionali, e per
conseguenza quale abisso le separi dalle scienze
profane che ne sono come una caricatura ed una
parodia; ciò permetterà di valutare la decadenza
subita dalla mentalità umana nel passare dalle prime
alle seconde, nonché di vedere, in rapporto alla
situazione rispettiva dell'oggetto dei loro studi,
come questa decadenza segua appunto strettamente la
marcia discendente del ciclo percorso dalla nostra
umanità. è fuor di dubbio che non si può avere la
pretesa di sviscerare del tutto questioni siffatte,
in quanto, per loro natura, veramente inesauribili;
cercheremo però di dirne abbastanza da permettere a
ciascuno di trarne le conclusioni che si impongono,
per quanto riguarda la determinazione del "momento
cosmico" cui l'epoca attuale corrisponde. Se
nonostante tutto qualcuno troverà certe
considerazioni forse un po' oscure, è soltanto
perché queste sono troppo lontane dalle sue
abitudini mentali, troppo estranee a tutto ciò che
gli è stato inculcato dall'educazione ricevuta e
dall'ambiente in cui vive; in tal caso non possiamo
farci niente, in quanto vi sono cose per le quali il
solo modo possibile d'espressione è quello
simbolico, e che, per conseguenza, resteranno
incomprensibili a coloro per cui il simbolismo è
lettera morta. Peraltro vogliamo ricordare che tale
modo di espressione è l'indispensabile veicolo di
qualsiasi insegnamento d'ordine iniziatico; ma,
anche a lasciar da parte il mondo profano, la cui
incomprensione è evidente ed in certo qual modo
naturale, basta soffermarsi sulle vestigia di
iniziazioni che ancora sussistono in Occidente per
rendersi conto come certa gente, priva di
"qualificazione" intellettuale, tratti i simboli
proposti alla sua meditazione, e per essere
assolutamente sicuri che essi, qualsiasi titolo
rivestano o qualsiasi grado iniziatico abbiano
"virtualmente" ottenuto, non riusciranno mai a
penetrare il vero significato anche solo di un
minimo frammento della geometria misteriosa dei
"Grandi Architetti d'Oriente e d'Occidente"! Poiché
abbiamo fatto allusione all'Occidente, un'altra
osservazione si rende necessaria: quale che sia
l'estensione raggiunta, soprattutto in questi ultimi
anni, da quello stato d'animo da noi chiamato
specificamente "moderno", e quale ne sia la presa,
anche se almeno esteriormente sempre maggiore sul
mondo intero, tale stato d'animo rimane tuttavia
occidentale quanto alla sua origine: è appunto in
Occidente che ha avuto i natali e in cui ormai da
tempo è dominatore incontrastato, mentre in Oriente
la sua influenza non potrà mai essere altro che una
questione di "occidentalizzazione". Per quanto
lontano possa estendersi quest'influenza, nel
succedersi degli avvenimenti che ancora si
svolgeranno, non la si potrà mai opporre alla
differenza, come l'abbiamo descritta, fra spirito
orientale e spirito occidentale, perché questa, per
noi, è tutt'uno con quella fra spirito tradizionale
e spirito moderno; ed è fin troppo evidente che
nella misura in cui un uomo si "occidentalizza",
quali che siano la sua razza e il suo paese
d'origine, egli cessa perciò stesso di essere
spiritualmente e intellettualmente un orientale, e
quindi di rientrare nel solo punto di vista che in
realtà ci interessi. Questa non è una semplice
questione "geografica", a meno che non la si intenda
in modo del tutto diverso dai moderni, cioè nel
senso della geografia simbolica; e, a questo
proposito, l'attuale preponderanza occidentale
presenta appunto una corrispondenza molto
significativa con la fine di un ciclo, poiché
l'Occidente è proprio il punto in cui il sole
tramonta, dove esso arriva al termine del suo
percorso diurno, e dove, secondo la simbologia
cinese, "il frutto maturo cade ai piedi
dell'albero". Quanto ai mezzi mediante i quali
l'Occidente è giunto ad affermare questa dominazione
(di cui la "modernizzazione" di una parte più o meno
considerevole di Orientali non è che l'ultima e più
pesante conseguenza), basta riportarsi a quanto ne
abbiamo detto in altre opere per convincersi che, in
definitiva, essi si basano esclusivamente sulla
forza materiale, il che, in altri termini, equivale
a dire che la dominazione occidentale non è altro
essa stessa che un'espressione del "regno della
quantità". Da qualunque lato si prendano in esame le
cose, si è sempre ricondotti alle stesse
considerazioni, e le si vede verificarsi
costantemente in tutte le applicazioni che se ne
possono fare, cosa di cui del resto non c'è da
stupirsi in quanto la verità è necessariamente
coerente; si badi, non abbiamo detto "sistematica",
contrariamente a ciò che potrebbero ben volentieri
supporre i filosofi e gli scienziati profani
racchiusi come sono da quelle concezioni
strettamente limitate cui propriamente conviene la
denominazione di "sistemi"; tali concezioni, le
quali non traducano in fondo se non l'insufficienza
di mentalità individuali lasciate a se stesse,
quand'anche tali mentalità fossero di quelle che si
è convenuto chiamare da "uomini di genio", le cui
speculazioni, sia pure le più vantate, non valgono
certo la conoscenza della minima verità
tradizionale.
Anche su questo punto ci
siamo dilungati abbastanza quando abbiamo dovuto
denunciare i misfatti dell'"individualismo", altra
caratteristica dello spirito moderno; ma qui
aggiungeremo che la falsa unità dell'individuo,
concepito come un tutto completo in se stesso,
corrisponde, nell'ordine umano, a quella del preteso
"atomo" nell'ordine cosmico; entrambi sono elementi
considerati "semplici" da un punto di vista
quantitativo, e, come tali, supposti suscettibili
d'una specie di ripetizione indefinita, la quale è
un'impossibilità vera e propria, perché
essenzialmente incompatibile con la natura stessa
delle cose; questa ripetizione indefinita, in
effetti, non è altro che la molteplicità pura verso
la quale il mondo attuale tende con tutte le sue
forze, senza peraltro mai poter giungere a
perdervisi interamente, in quanto essa si trova ad
un livello inferiore a qualsiasi esistenza
manifestata, e rappresenta l'estremo opposto
dell'unità principiale. è comunque opportuno vedere
il movimento di discesa ciclica come effettuantesi
fra questi due poli: a partire dall'unità, o
piuttosto dal punto ad essa più vicino nell'ambito
della manifestazione relativamente allo stato
d'esistenza considerato, si va sempre più verso la
molteplicità, intesa quest'ultima analiticamente e
senza rapportarla ad alcun principio, perché è ovvio
che nell'ordine principiale ogni molteplicità è
compresa sinteticamente nell'unità stessa. Può
sembrare che in un certo senso vi sia molteplicità
ai due punti estremi, così come, secondo quanto
abbiamo detto, vi sono anche correlativamente
l'unità da un lato e le "unità" dall'altro; ma anche
qui si può applicare rigorosamente la nozione
dell'analogia inversa, e mentre la molteplicità
principiale è contenuta nella vera unità metafisica,
le "unità" aritmetiche o quantitative sono al
contrario contenute nell'altra molteplicità, quella
inferiore; per inciso, il fatto solo di poter
parlare di "unità" al plurale, non dimostra già a
sufficienza quanto ciò sia lontano dalla vera unità?
La molteplicità inferiore, per definizione, è
puramente quantitativa, anzi, si potrebbe dire che è
la quantità stessa separata da ogni qualità; per
contro, la molteplicità superiore, o ciò che
chiamiamo così per analogia, è in realtà una
molteplicità qualitativa, in altre parole, l'insieme
delle qualità o degli attributi che costituiscono
l'essenza degli esseri e delle cose. Si può quindi
affermare che la discesa di cui abbiamo parlato si
effettua dalla qualità pura alla quantità pura,
entrambe rappresentando però dei limiti esteriori
alla manifestazione, l'uno al di là e l'altro al di
qua di questa, perché esse, in rapporto alle
condizioni speciali del nostro mondo o del nostro
stato di esistenza, sono un'espressione dei due
principi universali da noi designati altrove
rispettivamente come "essenza" e "sostanza", i due
poli fra i quali si produce ogni manifestazione. E
in primo luogo ci accingiamo a spiegare più a fondo
questo punto perché per suo tramite si potranno
meglio capire le altre considerazioni che
svilupperemo nel corso del presente studio.
INDICE
GENERALE: Introduzione. I - Qualità e quantità. II -
«Materia signata quantitate». III - Misura e
manifestazione. IV - Quantità spaziale e spazio
qualificato. V - Le determinazioni qualitative del
tempo. VI - Il principio di individuazione. VII -
L'uniformità contro l'unità. VIII - Mestieri antichi e
industria moderna. IX - Il doppio senso dell'anonimato.
X - L'illusione delle statistiche. XI - Unità e
semplicità. XII - L'odio per il segreto. XIII - I
postulati del razionalismo. XIV - Meccanicismo e
materialismo. XV - L'illusione della «vita ordinaria». XVI - La degenerazione della moneta. XVII -
Solidificazione del mondo. XVIII - Mitologia scientifica
e volgarizzazione. XIX - I limiti della storia e della
geografia. XX - Dalla sfera al cubo. XXI - Caino e
Abele. XXII - Significato della metallurgia. XXIII - Il
tempo mutato in spazio. XXIV - Verso la dissoluzione. XXV - Le fenditure della Grande Muraglia. XXVI -
Sciamanismo e stregoneria. XXVII - Residui psichici. XXVIII - Le tappe dell'azione antitradizionale. XXIX -
Deviazione e sovversione. XXX - Il rovesciamento dei
simboli. XXXI - Tradizione e tradizionalismo. XXXII - Il
neospiritualismo. XXXIII - L'intuizionismo
contemporaneo. XXXIV - I misfatti della psicanalisi. XXXV - La confusione tra psichico e spirituale. XXXVI -
La pseudo-iniziazione. XXXVII - L'inganno delle
profezie. XXXVIII - Dall'antitradizione alla
contro-tradizione. XXXIX - La grande parodia o la
spiritualità alla rovescia. XL - La fine di un mondo.